Silenziosamente

Condivido con i miei quattro gatti, di cui vado fiero, antisocial in veste virtuale come sono ed ero anche una volta, pur amando quei pochi che amo, i quali spesso o, direi, sempre, significano una persona solamente, codesto raga del Maestro.

Ho oro limitato, e se volessi indorare molte cose, verrebbero male e a macchie di leopardo, se non proprio qualcosa a pezzi, con un naso d’oro, un piede e un orecchio; e quindi lo colo sopra poche entità, meglio ancora se una sola.

L’allegoria la lascio meditare, e quindi non la spiegherò, perché certe cose vanno intese attraverso intuizione e meditazione, in quanto aprono tante altre porte aprendone una.

La comprensione è sempre un farsi ma nella totalità, cioè processo e meta finale. Così il divenire e il permanere sono sintetizzati dalla conoscenza da raggiungere e quella acquisita, da cui deriva che il non essere viene integrato come potenza nell’atto, come il non ancora conosciuto nella conoscenza, cioè differenza, ovvero conoscenza differita, che non è il nulla di cui non si può dire nulla, evidentemente. In tal modo, e Aristotele e Platone e Parmenide si conciliano, e l’essere davvero è, pur non essendo ancora, ma quello che è c’è nel tempo, e il tempo è nell’eternità, come le pagine in un libro.

E se vedi il libro, vedi tutti i tempi presentemente, ovvero vedi ciò che chiamano “Dio”, “Assoluto”, eppure quel tempo che siamo ospita quello eterno che pure siamo (non esiste il nulla!), quel Cielo che è in noi e ignoriamo.

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