Atropos

Dietro lo sguardo vago di amore mille morti si nascondono, e ad un sorriso subentra repentino un mostruoso ghigno; la beffa e l’inganno in agguato stanno come fiere crudeli. Tosto il sorriso muta in pianto, e la speranza tace, inorridita alla vicenda arcana della Natura impietosa.

Fortuna calpesta i doni promessi e sequestra quei pochi istanti di gioia, sparsi su una tela tetra come gocce invisibili. E quel volto che rendeva felice il ricordo, gelido appare, come larva notturna; il fiato mortale sulle gote arse dal sale delle lacrime alita letale.

Vita che eri, e sole che non splenderai sulla mia terra deserta, carezza del pugnale nel cuore, lama che recide le mie vene, e veleno diventa il miele nel mio palato, fiele che uccide e all’Orco la salma consegna, di Caronte alla cura.

Il silenzio dell’amata suona condanna capitale a chi più nel timore sperando avvisava la fine nell’aria. È dura la sentenza che viene dopo la speranza e frange il domani come vascello fragile sullo scoglio.

Al giudizio temuto risponde la morte, che si presenta celere, e lo spirito già fuggito insegue per poterlo uccidere con il corpo, se mai riuscisse a far calare l’oblio anche su se stessa, all’anima che muore di infinite morti.

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