Poi ch’ebbi alquanto il calamo allontanato da me e postomi a pensare, la tua imago evocata come leggero spirto dell’aria, in su le prime ore in cui Aurora, dita rosate, il piè lieve poggiava sull’esteso groppone di Tritone, mi dissi: <<Ah! Quanto inerte soma gravosa opprime la mia anima, carcassa oscena ed enfiata, e come datore di prosciutto e salame codesto porco grufolante non sia d’altro buono! Ma nemmeno, ahimè! ché se potesse egli sfamare le genti inane di qualche romito villaggio aggrappato ai monti circostanti il santo Kailasa sarei contento; e invece, dimora fa, nel suo torbido e basso pozzo di lota, e del suo istesso lordume mena vanto! Roseo maiale soddisfatto!>>
E mi parve un verso udire e un rumore osceno, di cui è bene non fare cenno, provenire da quel demone che mi possiede, e dentro, poi che la sera della quiete fatale contemplato ebbi, mi grugniva, contento di essere quel pondo roseo e triviale che è. Ah! Demonio…!
