L’andiamo cercando in questo e in quello, ma forse non sappiamo cosa sia.
Lo Stagirita dice che è il nostro destino finale: è la compiuta realizzazione di noi stessi secondo natura. Aristotele intende, secondo me, la faccenda dal punto di vista razionale, o meglio ancora, intellettuale: la nostra natura è razionale e quindi la sua piena realizzazione coincide con noi stessi; compiendola siamo pienamente noi stessi. Secondo l’Aquinate, le cose stanno così, ma bisogna aggiungere che tale realizzazione avvenga compiutamente con l’intervento della Grazia divina, che fa sì che il nostro intelletto intenda l’Intelletto stesso (quello che Aristotele chiama “agente” e fa in modo che noi possiamo comprende illuminando quello potenziale): in poche parole, la felicità starebbe nel diventare come Dio, nozione diversa e quasi buddistica in Aristotele, che non prescrive nessuna fede in alcun dio. Questi è pur sempre un filosofo o scienziato, e la sua felicità è quella della conoscenza, della contemplazione del meglio che vi possa essere, della perfezione, che indurrà Dio a contemplare se stesso, cioè a pensare ciò che è pensiero, poiché questo è Dio: pensiero che pensa il meglio, la perfezione, e quindi se stesso. Non c’è contatto con noi, però questo suggerisce che anche noi dovremmo fare la stessa cosa, e perciò dovremmo migliorarci sempre di più, fino a diventare perfetti, degni di contemplazione, meditazione: consapevolezza di se stessi, come in certe idee orientali, si vede bene. Non è, però, in effetti, tanto diverso dal cristianesimo, se non che questo ha meno fiducia negli esseri umani, e richiede l’aiuto divino. La classicità greca non ha bisogno necessariamente di tale aiuto, e se ci sono istanze religiose non sono così ossessionate dal peccato: nessuna impossibile soluzione al peccato originale, che manca nella forma giudaico-cristiana, ed è semmai la conoscenza della nostra imperfezione, rimediabile con la filosofia, che dona equilibrio e pace interiore, accettazione serena della morte, dissoluzione delle paure irrazionali.
Ci sarebbe molto da dire ancora, ma per ora suggerisco solo delle tracce e una rinfrescata di memoria a chi sapeva ma non ricorda più.
Per me la felicità è certamente importante e può essere declinata in entrambi i sensi, sia aristotelicamente che cristianamente, o in altri modi simili, ma non vorrei ignorare che magari è fatta anche di piccole cose, di tanti piccoli piaceri: un bacio, un paesaggio, la musica, ecc. Se togliamo le tante piccole felicità che alleviano la pesantezza della nostra esistenza, che resta?

Giusto… tranne la cristianitá nel mio caso no thanks😀