Cos’è la “forma”? E’, forse, essa la “qualità”? Possiamo dire che essa sia legata alla percezione e, quindi, ai nostri sensi, e che non esista al di fuori di noi, cioè della nostra mente, in ultima analisi? Ma i nostri sensi sono mentali o fisici? Indubbiamente fisici; quindi esistono anche fuori della nostra rappresentazione mentale, pur essendone i veicoli: allora un legame tra psiche e materia è già inerente la nostra forma, o sinolo, e pertanto conosciamo il mondo extramentale perchè siamo pure noi in parte extramentali; cioè “mondo”, ovvero inconscio, di cui ce ne appropriamo di volta in volta e gradualmente. Come la materia possa diventare coscienza è ancora ampiamente un mistero, per quanto io ne sappia. Noi siamo “anima mundi”, siamo l’anima del mondo, la psiche del cosmo. Il Logos non è molto lontano da noi.
E poi ci sono enti matematici, della ragione, mentali, che però sono anche mondani: i numeri e le cose; i nomi e le cose; “nama-rupa”, in sintesi. ‘Cosa’ dice ‘una cosa’, e abbiamo subito la nozione di ‘uno’, discreta. La cosa ha una forma, definita o no, in divenire o strutturata, immaginabile o meno, tuttavia la nozione generale di essere di tale cosa è equivalente alla sua unità. Senonché in un’unità ce ne sono molte altre di cose, che però sono frazioni della stessa; molte altre perchè un terzo è pur sempre un ente a se stante, come definizione, ma è legato alla sua funzione di essere un terzo di qualcosa: non vorrebbe dire molto se non fosse la terza parte di altro. Abbiamo una parzializzazione dell’unità infinita, o che vi tende: infinitesimalità della unità. In altro modo: la densità del discreto senza limite. Ora, se dividiamo una cosa sempre di più, matematicamente abbiamo decimali sempre più piccoli; se facciamo la stessa operazione concretamente, per esempio con un uomo, abbiamo apparati, organi e cellule e relative funzioni, ma l’essere umano come forma umana, sparisce, pur essendo intuita dietro la densità atomica e subatomica del composto disgregantesi che abbiamo innanzi, fino a diventare invisibile ai nostri occhi. A queste scale parlare, come prima facevamo con il corpo, la forma, la cosa discreta, l’unità psicofisica, Mario, Antonio, Carla, ecc., non è più possibile: è sempre la stessa cosa? In altri termini, come possiamo avere rapporti con l’infinito? Ecco che ce l’abbiamo innanzi, senza aver scomodato alcun dio, di cui era attributo teologico; ma il corpo, la cosalità umana, è simile alla cosalità delle cose non umane, anzi, non viventi? Pare di no. Un pezzo di legno resta sempre tale fino alla molecola, che è l’aggregato, la molarità della molecola: ma non abbiamo con esso la stessa relazione che instauriamo con le unità viventi. Sicchè è la complessità, totalità, struttura, atto, forma finale biologica e sociale, culturale che fa della cosa umana qualcosa di diverso dalla sua densità o continuità. C’è un essere discreto innanzi a noi, pur essendo continuo in sé, è discreto in quanto nega ciò che non è del resto del mondo, se ne distingue, facendone parte, ma in maniera autonoma rispetto ad esso.
Noi siam quindi esseri del mondo, ma distinti, differenti: siamo appunto il prodotto della differenziazione dall’indifferenziato. Questa è la qualità, quella che fa sì che, ad un certo punto, la quantità divenga forma, cosa, e perciò unità. Se fossimo divisi all’infinito, pare logico affermare che non potremmo diventare qualcosa, unità, se non tendenzialmente all’infinito, che se è tale, allora significa mai. Come questo possa avvenire, perchè, è altra domanda a cui nessuno ha saputo e può rispondere. Il “come” lo sappiamo, ma la ragione, il “perchè”, no. E siccome questa è la cosa principale, la prima nozione che siamo noi stessi, e non ne sappiamo nulla, il motivo, allora è verissimo che non conosciamo noi stessi, e perciò neppure il “mondo”, ma diamo per scontate, assiomatiche, autoevidenti cose che non lo sono per niente, e quindi la nostra conoscenza riposa sulla ignoranza fondamentale, originaria. Tale “ignoranza” fondamentale è esattamente l’infinito che assume la nostra forma… e Dio divenne Uomo. Sono costretto ad ammettere la verità di tale affermazione, per forza di conclusione dalle premesse adottate.
Razionalità dell’irrazionale…

La materia diventa coscienza tramite le sensazioni, per mezzo fell’interiorizzazione. Quando noi esperiamo la materia riceviamo da questa delle sensazioni che rimangono impresse dentro di noi e creano quel nucleo di coscienza che poi crea le varie direzioni della nostra vita. Ma questa è solo un’ipotesi ovviamente. Stavo riflettendo su questo tuo discorso molto interessante.
Inoltre mi è venuto in mente una domanda: “quanto del mondo esteriore viene a costituire il nostro io interiore? Intendo in che percentuale? Perchè a volte ci sono persone talmente costruite dalle esperienze date dal rapporto col mondo o esteriorità (la quale esteriorità forse s’imprime in noi con più forza quando l’esperienza è negativa, come se lasciasse un’impronta più profonda) che dopo tanti anni è quasi impossibile ritrovare l’io autentico.
A volte è sepolto, e risorge come uno zombie (parlo dell’io autentico)….