Condizione contemporanea: un’occhiata.

Un mondo prosaico, come una cozza aperta, che tutto vuole sapere e mostrare, navigando su onde di plastica sconcia. Due minuti di politica, tre di musica, un minuto di poesia, nomi e tempi, e tasti noiosi da pigiare, grattandosi la zona pubica.

“Chi è?”; “chi l’ha detto?”; “chi l’ha fatto?”; “chi sono?”. Sappiamo tutto di tutti, e niente. Specializzati nella non specializzazione, eruditi del detrito fluttuante. “Ah è questo…”; “ah è quello…”.

“Hai sentito?; “hai visto?”…

Hai vissuto qualche volta? Hai toccato? Hai provato a scrivere quella poesia o a suonare quel liuto? Passivamente ci si scambia informazioni che appena trovate sanno di niente. Sappiamo tutto, ma cosa sappiamo fare? Fanno tutto gli altri: tu devi solo condividere: facile! Tutto facile… certo. Altri producono e inventano e studiano e fanno: tu condividi, come se fossi tu a fare le cose che condividi… Non le fai tu: non ne hai piacere che per un istante. Stai davanti a quello schermo, diventando sempre più ebete. E così naufragare nel web ti è dolcemente amaro e mortale.

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