Su Leopardi e la speme.

Forse, andando avanti a vivere, Leopardi avrebbe accettato di esistere come era dato, senza chiedere più niente, perché la speranza sarebbe morta anche come ricordo e poesia. Sarebbe rimasta questa gratuita esteriorità muta e incolore, la legnosità del proprio corpo invecchiato, con cui stare a galla come una zattera su un mare di nullità vissuta e non cantata.

Speranza… di cosa? Chi vive sperando muore sparendo e disperando. Non ne vale la pena. La vuota scorza della vita avvolge il cuore, lentamente, lo svuota, e succhia l’anima che stava dentro, timida e insicura. Così è che la vita ci fa nascere due volte: come vivi e come morti. L’aborto animato viene alla luce morendo di noia, e quasi in un conato di vomito lascia egro codesta scena teatrale insulsa, recitata da attori da prendere a uova e pomodori marci.

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