Da sempre, rimembro, con quella vaghezza leopardiana che contraddistingue il termine adeguato a vicende del passato remoto, e che hanno quell’atmosfera indefinita, ingrediente principale per la ricetta poetica, secondo il Nostro, mi diletto a fare discorsi esistenziali-socratici, con “sempre” relativamente indicando ‘sin dalla fanciullezza’, e che comportavano analisi del metatesto orale, e di solito camminando come un peripatetico, forse traccia di una mia vita precedente da filosofo ateniese o comunque appartenente alla cultura greca, per motivi geografici palesi. Non ricordo niente, se non che erano discorsi assai complessi, tali che Kant si sarebbe fermato ad ascoltarli ridacchiando compiaciuto, e Socrate mi avrebbe condotto a fare due passi con molte domande: meno male che me la sono scampata…!
Comprendere il perché di tutto, in sintesi. Ecco, questo posso confermarlo, dato che è ancora il mio vizio da adulto, a cui mi abbandono molto volentieri, e tipicamente filosofico è il “perché di tutto”, ammettiamolo…
La poesia accompagnava talvolta la mia ricerca e, quasi allo stesso tempo, quello delle elementari, tanta musica e la chitarra tra le mani. Ma i discorsi mi sono sempre piaciuti, sia ascoltarli, o meglio, leggerli, perché ben pochi trovavo volessero farli, sia enunciarli. Un piccolo filosofo esistenzialista, come lo siamo tutti, e possiamo, anche senza particolari conoscenze. “Perché son qui?”, e “perché il mondo è così?”, e migliaia di domande simili: la causa delle cose, e del mio chiedere, e parlare, e del tuo ascoltare, e di questo camminare e stare. Cose del genere.
Dopo secoli sono appena giunto alla conclusione che il mio apparire con un corpo e la sua forma umana è del tutto gratuito: la nausea viene da me stesso, addirittura nasce da dentro me, e non dalla corpulenza opaca delle cose sartriane.
