I poeti sono sovente tristi perché sono come i bambini, e cercano come loro la felicità: anzi, la respirano, la vivono, e la ricordano, poi, facendola ricordare a noi. Per questo cantano anche spesso di amore, perché è l’unica cosa a portata di vita che ci può ricondurre, forse, a quella felicità perduta.
I saggi, invece, i veri filosofi, sanno che ci illudiamo così, ma umanamente comprendono, e nutrono compassione; del resto, quello che ha capito, fa vuoto dentro di sé, come dice Leopardi nel “Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare”, e cioè <<intermette l’uso del pensiero>>, concetto notevole, anche se non dice per quale scopo o causa ciò avvenga, mentre è intenzionale nel saggio.

di fatto è un tormento continuo, perchè si alternano giorni di ricerca emozionale profonda in relazione a un passato recente o lontano, ad altri in cui c’è la piena consapevolezza che il passato non tornerà. per me è caratteriale stare sempre in costante equilibrio tra ragione e sentimento, anche se il più delle volte predomina la ragione.