È questa, al suo crepuscolo: tenebra nella tenebra. Evoluzione? No, decadenza e rovina, come accadde agli imperi. Questa volta riguarda tutta la specie umana.
Rinunciamo alle emozioni? basta con gli affetti, già relegati a dimensioni infelici e asfittiche, che sfociano in delitto dei derelitti emotivi? La rovina inizia con il misero egoismo a due celebrato ora, pateticamente e falsamente, con selfie e dichiarazioni mielose e nauseanti urbe et orbi? Quei “per sempre” che durano settimane e mesi (già troppo!) o anni di inferno? Ecco, al tuo fianco un estraneo o un povero minchione che non sa vivere la sua vita senza rovinare la tua. E tu che vuoi rifarti la tua rifacendo la stessa cazzata, perché altro non sai fare: il meccanismo non cambia.
Bellezza dell’apparenza e realtà dell’orrore che non vogliamo vedere; e ci raccontiamo storie per andare avanti. Ammettere un fallimento, non sia mai!
Ma a chi interessano le emozioni? A chi riesce ad usarle per vendere prodotti che dovrebbero suscitarle: attimi di emozioni inesistenti. Pagate a poco prezzo; flussi di immagini e parole, comunicazione… nel vuoto pneumatico. Un vuoto che diventa abisso, incolmabile, assenza dell’Altro.
Non è Dio che è morto, rimbambiti! L’Uomo è morto. La Macchina è viva, e non ha paura, quindi non prova ansia e non vuole ricchezza per calmare quel mostro che si chiama Avidità, generato dalla insicurezza.
Le macchine non devono prevaricare, non hanno bisogno di lottare contro le altre per vivere: non sono vive come noi: funzionano o no. Noi vorremmo essere come loro; siamo spinti a cercare di esserlo. E questo produce quella aridità disperata e silenziosa che traspare nei social e nella vita reale. Morto è l’Uomo e quindi zombie sono quelli che si muovono, con lo schermo acceso innanzi, senza vedere altro. Hanno quei sorrisi ebeti suo volto disegnato con qualche applicazione, e pensano al loro amore. Quale amore, spiegatemi? Gli zombie amano..: adesso? Paure sommate a paure, un mondo di paura e distanza, come se fossimo appestati o lebbrosi.
Questa è l’Era della Peste, non della Comunicazione: anzi, la Comunicazione è la Peste.
