Eudaimonía

Composto di “eu”, ‘bene’, e “daimon”, ‘demone’, “eudaimonía” viene tradotto con ‘felicità’. La Grecia di Aristotele intendeva qualcosa di diverso e molto meno soggettivo di un generico “benessere, stare bene, io sto bene con Bach o con le mutande rosa”. ‘Stare bene col proprio demone’: ecco un’altra proposizione che, più che sibillina come altre, suona strana e un po’ inquietante, ma vicina a quella del Filosofo. Piuttosto, possiamo scegliere, ‘fiorire’ come traduzione, ossia la completa maturazione ed esplicazione delle proprie potenzialità: autorealizzazione, poiché esso è il fine in vista di cui si vive ed implica anche autosufficienza.

Nel film “L’Esorcista” dovrebbe stare bene col suo demone la ragazzina: cosa ha che non vada bene Pazuzu? Fatto sta che è anche tradotto con ‘genio’. E ciò collega al concetto di felicità dello Stagirita: la felicità è fare bene, ovvero agire secondo virtù a livelli di eccellenza. La qual è la virtù tipica umana e la più elevata? La ragione: esercitare la ragione, ossia la facoltà conoscitiva dianoetica teoretica, che fa sì che si possa essere sapienti, senza dimenticare le facoltà pratiche dell’intelligenza, ovvero quelle etiche, cui sono legate le virtù calcolanti della saggezza, o phronesis, che consentono la deliberazione sul da farsi, cercando la medietà, il “giusto mezzo” tra due estremi, a seconda delle circostanze e della persona che deve decidere.

Buon diavoletto a tutti!

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