Il Progresso

Non sempre, o forse mai, il passare del tempo significa evoluzione in senso progressivo e migliorativo: dal punto di vista ecologico è semmai il contrario.

Ma se guardiamo anche l’istruzione, in età ellenistica si studiava presso i grammatistes dai 7 ai 14 anni, e si imparava a leggere, scrivere e far di conto. La maggior parte del popolo, praticamente tutti, erano almeno a questo livello. Dobbiamo arrivare alla legge Casati, regio decreto legislativo del 13 novembre 1859, n. 3725 del Regno di Sardegna, entrato in vigore nel 1861 per avere due bienni, il primo purché ci fossero almeno 50 alunni per classe, mentre il secondo ciclo, definito “superiore”, era disponibile nei centri con popolazione uguale o superiore ai 4.000 abitanti. Erano le elementari, in pratica. A nove anni la maggior parte del popolo smetteva di studiare. Prima ancora nemmeno questo c’era: analfabetismo totale e generalizzato.

Per il resto, però, la legge si occupava soprattutto dell’istruzione superiore, ginnasiale e universitaria, con scuole che diremmo “professionali” o affini per chi doveva restare operaio tutta la vita: si doveva formare una élite che comandasse sulle classi sociali “inferiori” (rese tali).

In un’era in cui abbiamo così tanta informazione disponibile che potremmo autogestirci individualmente in quasi ogni campo della vita, compaiono e vengono osannati dei cretini sommi che diventano stelle e beniamini, capitani e duci di altrettanti deficienti che usano le informazioni disponibili per capire meno di una fava secca, e che con gli smartphone ci si fotografano il culo, o altro, cosa che potrà andare bene per arrapparsi, quando va bene, ma che denuncia tutta la miseria collettiva e individuale cui siamo giunti.

Chi ha bisogno di uno che gli dica che deve fare, pur essendo adulto, è praticamente un handicappato volontario. Un esercito di ritardati che inneggiano ad un coglione, che abbia testa arancione o nera, barba o meno, come degli idioti: se questa è evoluzione e progresso, allora allegria!

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