Prosaicità del mondo

Non parlerei di “prosa del mondo”, ma di prosaicità, piuttosto. Eufemisticamente chiamato “pragmatismo”, senza sapere cosa significhi, ovvero usando una volgarizzazione del termine coniato da C. S. Peirce.

La pesca nelle acque del reale del razionale l’ha impoverito, causando l’estinzione delle creature ittico-ragionevoli, al contrario della loro moltiplicazione assieme ai pani. Malattia liquida della società liquida, ormai gassosa e puzzolente, i pesci vengono a galla non solo a Caracalla, mentre passiamo la palla ai posteri che faranno goal in una rete senza pesci.

Dalla prosaicità ci salverà la prosa, questo sì, non che vi fosse contenuta, ma immessavi dall’arte e dalla poesia, ossigeno per i poveri pesci affumicati.

Tra una zaffata di diossina, un’altra di anidride solforosa, condite da monossido di carbonio e clorofluorocarburi, l’Uomo sbuca dal buco dell’ozono e guarda le stelle, e le stelle stanno a guardare lui, e gli fanno pernacchie e sberleffi, dicendogli: “Resta lì, scimmia, nella tua puzza e nel tuo mondo-spazzatura! Qui non ci arrivi, perché schiatti prima, animale!”; e così sbeffeggiando e gonfiandosi ed esplodendo ci inviano miliardi di meteore addosso, asteroidi, comete, sassi e lazzi.

Giocano al tiro a segno gli dei: “Se lo becchi, una bevuta di ambrosia, Apollo!”.

“Va bene, ci sto… e sapete che mira ho! Intanto, me la canto con le mie musette”.

“Oddio, l’ho preso! Centro!”: è Venere, dea dell’amore. Cupido e Adone esultano, Apollo protesta: “Che culo che hai!”, e Venere risponde: “Bello, vero?”… e Apollo arrossisce e va via rotolando nel cielo luminoso della sua luce, senza più far da abat-jour alla Terra, Gea, dea rimasta senza pianeta che si consola tra le braccia di Zeus.

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