La maschera

Masca(m) (“strega”), maskarah (“beffa”): l’etimo incerto del termine ‘maschera’, oscillante tra le due definizioni testé espresse e di diversa origine culturale, danno l’idea inquietante di ciò che la “forma” cristallizza nelle convenzioni sociali, prigione delle opinioni altrui su ciò che siamo, impossibilità di essere altrimenti, se non acquisendone la consapevolezza, e divenendo”maschere nude”, come suggerisce Pirandello. D’altro canto, con le molteplici personalità dalle varie sfaccettature, cubismi viventi, surreali, che altro potremmo essere se non pupazzi che di volta in volta appaiono sulla scena e personificano qualcuna di esse? “Personificano”, verbo che attualizza il sostantivo “persona”, che è ancora una definizione, più conosciuta delle altre, di “maschera”.

Insomma, beffarde streghe che si aggirano nell’àere, arpie, carne da rogo siamo; e chiaramente mentiamo per ciò stesso, in quanto beffa incarnata, e streghiamo, incantiamo, e qualcuno finisce nelle nostre tele, come insetti, che siamo tutti, presi nella grande tela che Brahma emana, che è questo mondo. Illusione di un dio, Maya, per fare  scena: sennò come si divertono gli esseri bluastri del ciel?

Sotto la maschera è il Caos, l’Indifferenziato, la Vita, cui sovrapponiamo la forma, che tenta di fermarne il flusso: da qui nascono tutti i nostri problemi.

Ce la faranno i nostri eroi da quattro soldi a liberarsene, questi quattro pupazzetti di carne umana?

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