La discesa

La scala mobile mi conduce nelle viscere della terra, e discendo la rampa accelerando il moto meccanico col muscolare: la fretta mi sospinge. Estraggo il biglietto della metro e lo imbuco nella macchina che tintinna stridula il suo benvenuto e apre con un brivido le porte che vanno all’antimetro. Devo scendere ancora per le scale animate innanzi dalla pressione del mio peso, le quali giacevano immote e assorte in una pausa trascendente.

L’artificial burella si spalanca innanzi a me, e oscuri sentieri s’allungano a destra e manca mentre di fronte a me, un metro infossati, quattro liste metalliche corrono parallele. Un ronzio sordo elettrico, il sussurro del metallo percorso da elettroni crea tensione nelle gallerie create da umani pochi anni fa.

Ma ecco giungere tra schiocchi elettrici e brusio di ferro un manufatto ululante, quasi un drago lungo lungo che apre le sue branchie sfiatando: ne varco le membrane, e come Gionata sono inghiottito. Si ferma regolarmente ogni minuto e mezzo circa, e trangugia esseri umani chini sui loro schermi di telefoni; e c’è chi ascolta musica e chi scrive, e chi sorride e chi incupisce di volta in volta. Molti si annoiano e passano il tempo vaghi di stimoli sperati, rari o assenti.

Esco dal mostro e dalla burella e non rivedo alcuna stella, ma luci di lampioni e facce a milioni, e m’incammino per la gran via che conduce a destinazione, tra bagliori e splendori ammiccanti da vetrine e insegne: mi accendo una sigaretta. È strano, ma non ricordo alcun pensiero mai particolare mentre percorro coi miei passi quel quasi chilometro di strada, assorto nel camminare e guadare la gente indaffarata e deambulante, attento a non andare a sbattere contro qualche corpo esteso; e valico semafori, e passano voci e sguardi e naufrago nella folla, ma non mi è dolce, perché è solo momentanea altezza e profondità, perché devo condurre in porto la mia barca a due gambe; e finalmente ci riesco, rallentando come un veliero prima di attraccare…

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