Sono le tre e trenta di notte del 30 settembre 2019. Non sono più il discendente dell’Innominato. Via Gian Giacomo Mora, vittima dell’Inquisizione di manzoniana memoria, accusato di essere un “untore”, cioè un demoniaco individuo che lerciava ungendoli con una specie di pomata gli usci della case della zona con il virus della lebbra, sta sulla mia destra, dopo la dimora giovanile di Giuseppe Verdi.
Io sono innanzi allo schermo del computer assorto in qualche pensiero vago venuto da chissà dove e diretto nello stesso non luogo, solo, con la compagnia della mia anima sempre piuttosto inquieta, eppur apparentemente tranquilla. Pensieri sulla morte abbondano, complici il tempo e il silenzio che mi avvolge, quello che fa fischiare le orecchie continuamente.
I miei amati libri di letteratura e filosofa giacciono alla mia sinistra, uno sopra l’altro, in attesa di parlarmi. Tutto è calmo… All’improvviso sento dei passi e la porta spalancarsi. Il cuore spiccia un salto acrobatico. Mi alzo dalla sedia, su cui stavo assiso come un loico scolastico, e con qualche riluttanza mi accingo a vedere che succede. Mi aspetto di trovarmi di fronte a qualcuno, umano. Inizio a ispezionare angoli poco illuminati, aprire potete che danno su ambienti oscuri, di cose e vuoto. Una sensazione di allarme insiste nella mia mente, ma vado avanti. Non c’è nessuno… Di chi erano i passi? chi ha fatto aprire la porta.
Ho deciso: adesso scendo nei seminterrati; anche se vorrei evitarlo, perché sento inquietudine in me. Devo farlo.

Oh…..
🖤