Una concezione della tragedia: Sofocle e noi

<<Meglio di tutto è non essere nati; o, altrimenti, una volta nati tornarsene al più presto là onde si è venuti>> (Sofocle, “Filottete”).

La tragedia dell’uomo è manifesta nei limiti stessi della sua vita, implicata dai confini temporali e la nebbia in cui è nascosto il domani, fonte di imprevisti e angoscia.

Pare forse esagerato Sofocle? Nell’ambito letterario della tragedia greca, che rende emblematici i casi di singole individualità, qualificandoli come condizione generale, concrezioni concettuali nel particolare dell’universale, è comprensibile, come lo è oggi, esaminando le cronache delle miriadi di tragedie che si sono secolarizzate in tv e giornali. Sottratte all’ambito della riflessione profonda della rappresentazione teatrale, nondimeno serbano caratteri comuni ad essa, laicizzate e miniaturizzate, banalizzate e rese indifferenti ai più: appena ne è apparsa una, scivola nel grande abisso dell’inconscio, assieme ad altri mali che attaccano solo chi ne è coinvolto direttamente; quindi quel riferirne assieme a notizie le più variegate suona quasi cinico. La comunicazione oggi serve ad addormentare le coscienze vieppiù, non a svegliarle.

Anche i grandi disastri rientrano nella cronaca minuta, trattati allo stesso modo e sullo stesso piano di qualsiasi altra chiacchiera oziosa. E così, se stesse per giungere la fine del mondo, ed una cometa fosse lì per impattare letalmente con la Terra, essa coglierebbe l’umanità intenta a ciarlare e fare commenti con esperti fino a riceverla sul groppone. E poi più nulla, finalmente!

“Accade, infatti, che nel loro svolgersi, le cose presentino degli imprevisti non meno ingannevoli dei propositi dell’uomo. È per questo anche che siamo soliti incolpare la sorte per tutto ciò che accade al di là delle nostre previsioni” (Tucidide, “La guerra del Peloponneso”).

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