Santità dello zombie

“La cosa peggiore è la morte”, dicono.

Perché? È propriamente la mancanza di ogni sensazione, quindi nessun giudizio congruo dovrebbe essere formulato attorno ad essa, ammettendo che la conoscenza della realtà derivi dalla sensazione, da cui si formano, per esperienza di reiterazioni di eventi, rappresentazioni o schemi mentali, che ci danno le anticipazioni della realtà stessa da cui provengono.

Quale realtà è quella in cui manca la verifica o falsificazione sperimentale, e non c’è alcuna possibilità di elaborare ipotesi in analogia con la realtà stessa, essendo evento che ci conduce fuori dall’esistenza in cui sono immerse tutte le cose e noi stessi? E allora perché ne abbiamo timore? Perché elaboriamo giudizi erronei, i quali ci tormentano suscitando emozioni correlate ai fantasmi della nostra mente. Ci si identifica con una immagine creata da un giudizio a seguito di un’emozione di paura irrazionale, che tenta di diventar razionale elaborando ipotesi vane, e suggerendo a seguito di esse altre emozioni e quindi immagini negative in cui ci si identifica, smarrendoci, non più presenti a noi stessi, immersi in un incubo a occhi aperti.

“Ci sarà oscurità, freddo, solitudine ecc.” Ma dove, quando, come e perché? Siamo noi viventi che ci immaginiamo tali sensazioni come se fossimo vivi sottoterra dopo morti. Psicologia da zombie! Eppure non mi sembrano granché pensanti gli zombie, a vederli nei film. Male che vada, risorgeremo zombie, allora, ma l’unica occupazione che avremo sarà di mangiarci i viventi nostri simili. Niente di cui preoccuparci. Io mangerò qualche politico, possibilmente presiedente o re e, senza rendermene conto diventerò, San Zombie, eroe rimbambito e decerebrato… e mi immagino i monumenti o i quadri che mi ritrarranno, e quelli sì faranno un po’ di paura, forse, ai bambini!

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