Sopra alcune vicende che echeggiano cose oscure e cattive del passato

Non posso fare a meno di notare alcune vicende che occorrono in Italia. Non posso tacere, anche se molti altri ne parlano: aggiungerò comunque la mia voce, un’opinione come le altre, ma argomentata e senza risvolti emotivi, già sin troppo evidenti. Per ragionare bisogna stare calmi, d’altro canto, pur se a muoverci siano le passioni o no.

Gli insulti e i comandi, anche quelli che sono entrambe le cose, come quelli volti ad indicare certe località metafisiche (Inferno) o allegoriche (il culo) di destinazione, non sono argomenti. E non ci si può attendere da chi li riceve, tra l’altro, che li ponga in pratica, e non funziona nemmeno con opinioni poco lucide. In questo insieme alogico rientrano i comandi di bruciare e morire: di tutto ciò non se ne può trarre alcuna argomentazione; quelli che, invece, affermano uno stato di cose, quali l’esserci o no di qualcuno in luogo, un ebreo; un “negro”; un musulmano; un marziano o un dinosauro, possono essere affermazioni, enunciati, come si usa dire in linguaggio tecnico. Un’affermazione, enunciato, proposizione dichiara qualcosa di qualcosa o qualcuno: predica di un soggetto uno stato o azione, ovvero dice se la proprietà B appartiene ad A.

Questa proprietà appartiene o no a qualcosa o qualcuno: quindi è vera o falsa, a prescindere dalla validità intrinseca dell’argomento. Chi ama la verità vorrà attenersi a questa, posso dire: ma chi ama la menzogna? Se menti, rischi di non venire creduto nemmeno quando dirai la verità, rovinerai la tua reputazione, diventerai un essere umano escluso dal consesso civile, perché chi vorrà fidarsi di un bugiardo?

Se si predica qualcosa di un oggetto o persona (chiamiamoli entrambi “enti” o “individui”, per essere precisi), le regole della comunicazione dicono che occorre essere veritieri; non prolissi, bensì eloquenti; dare tutte le informazioni atte a comprendere l’oggetto di cui si discetta. Allora, se tu affermi che un tale è giudeo, ma non è vero, sei già andato a finire dalla parte del bugiardo (o “cazzaro”, usitato odiernamente); se invece è vero, vorremmo capire cosa dovrebbe implicare tale enunciato. Credo si tratti di un enunciato performativo: si dichiara qualcosa di un individuo, senza aggiungere altro, suggerendo un comportamento o sentimento che prima o poi diventerà azione: dal punto di vista della pragmatica della comunicazione non v’è nulla da eccepire. Fila tutto liscio e logico. Ma se analizziamo la questione in modo non solo tecnico e unilaterale (da parte di chi afferma qualcosa di un ente), e vi aggiungiamo una valutazione etico-morale, allora le cose cambiano: è opportuno che si predichino certe qualità di qualcuno? Possiamo giudicare che sia giusto gettare discredito, minacciare velatamente, spingendo altri con sentenze performative, un essere umano che nulla ti sta facendo? Più in generale, è corretto, giusto, appropriato, felice, rendere precaria l’esistenza altrui, minacciandola con la violenza? L’imperativo categorico kantiano o la regola aurea di Cristo, quindi ciò che fu ideato da individui molto intelligenti, raccomanda di non fare ad altri ciò che non vorresti fosse fatto a te; o declinata diversamente, all’apparenza, di volere che la massima che ti spinge ad agire sia universale regola di comportamento valido sempre e ovunque per chiunque dotato di coscienza.

Insomma, se vuoi considerarti degno di essere ascoltato, o dici la verità, e non aggredisci gli altri, ossia non pratichi la violenza, che non è mai intelligenza e ti esclude come la menzogna dalla società umana, oppure non pretendere di essere seguito da persone intelligenti, bensì da idioti e stupidi che mancano della capacità di ragionare, da bestie selvatiche (che non sono violente per nulla, come te), e non volere poi far intendere di essere perseguitato per le tue opinioni, atteggiandoti da vittima, perché è più che ovvio che da bestie feroci e insensate si sta lontani o ci si difende. E se le tue credenze e idee ti spingono a diventare nemico del consorzio umano, non addurre a pretesto la discriminazione nei tuoi confronti, perché, come recita l’adagio: “chi di spada ferisce, di spada perisce”.

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