Un camice bianco dice: “Malato”
e ora vivo così, nel mondo chiuso
di una città in cui sono serrato.
Ne vado scoprendo il modo e l’uso
per resistere qui in questa prigione
laddove quel potere m’ha recluso.
Non posso sortire dalla regione
e nel capoluogo sono ristretto
anche se non capisco la ragione;
e adesso canto per far dispetto
a quel virus e quel camice bianco
che m’hanno in picciol loco ristretto.
E mirando quel teschio sul mio banco
le carte semino del mio inchiostro
finché non cederò al sonno stanco.
Come eremita che prega nel chiostro
medito su questa umana scemenza
ma fuori di me dolore non mostro.
Mi chiedo se si può chiamare scienza
questa follia che timore e panico
pare, e ai posteri chiedo clemenza.
