Noi longobardi appestati siamo sempre pronti a infettare. Noi padani, celti, ostrogoti… nomi antichi per gli iapigi, messapi, trinacridi, partenopei, calabri, molisani, lucani, etruschi or fuggiti alle loro lande, lasciando noi qui, incerti e immoti, salme vive all’Orco votate.
Noi, discendenti della peste di Don Rodrigo; in questo lebbrosario fervente di attività stiamo invitti.
Prodi popolazioni della irsuta padania, orsù, come orsi feroci e infettivi, come cloache della Ganga, uscite, deh! delle tane, poi che il tempo di dormire è fuggito ormai!
Vedete quelli, laggiù e attorno, come stormi affamati arrendono ancor il vostro lavoro malato e morto! Nutriamo, allora, le genti che preci involano agli dei stolti e bugiardi: da noi s’attende il pane!
Vedete, fratelli milanesi, pigolare sui rami depressi, sui cipressi, sovra le urne antiche, i pargoli implumi: saziamoli, e poi moriamo, generosi ancor, per l’ultima volta, alla nazione grati, che ci ha abbandonati morti quasi come Rolando a Roncisvalle, innanzi alle orde grandi dei tartari, e alli altri orientali popoli!
Noi, ambrosiani, come fossimo coloro che si nutrono di ambrosia sull’Olimpo, risorgeremo! Il mai domo e saggio popolo e intelligente sa quel che va fatto, quivi e altrove! Ci vuole ben altro che un morbo da panettone per fermarci: anzi, per noi è meglio, perché prenderemo la rincorsa per saltare direttamente su Marte e piantarvi il mais e fare polenta con uccelli spaziali!
Saluto voi, valente popolo ambrosiano!
