Lettera aperta ai giovin confindustriali.

Al gjovin capo della gioventù confindustriale: tasse e imposte in generale non sono “fattori della produzione” (“input”), bensì gli strumenti di politica fiscale ordinaria atti a redistribute equamente il reddito nazionale. I fattori di produzione sono: terra, capitale e lavoro, tanto per iniziare. Per continuare, se addirittura il Fondo Mondiale, chiesa del liberismo, e altri organismi simpatetici, ammette che la flessibilità dei contratti di lavoro non aumentano l’occupazione ma lo rendono precario, confermando le recenti conclusioni accademiche degli economisti di cui fa parte Emiliano Brancaccio e l’88% delle pubblicazioni scientifiche, conclusioni giunte dopo 25 anni di osservazioni e studi, allora mantenere fede al dogma liberista è quantomeno ideologico, se non pernicioso o stupido. Tant’è, che se tale dogma viene tenuto valido, allora bisogna chiarire come conciliare la specializzazione sempre più accentuata richiesta dal mercato del lavoro, e che viene considerata (a ragione) positivamente per la produttività e l’occupazione in tutto il mondo, con la flessibilità: non ci si inventa una specializzazione dall’oggi al domani. Non si può chiedere ad un ingegnere meccanico di diventare a 50 anni fisico nucleare o biologo. Quindi, costituisce esternalità negativa, semmai, il costo prodotto dalla disoccupazione indotta dal dogma della flessibilità, che viene scaricato sulla società come l’inquinamento, e pagato da tutti. La qual cosa fa si che si debbano poi emettere imposte ulteriori per proteggere le categorie rimaste senza lavoro e precarizzate, cosa che viene criticata proprio da Confindustria, come se non me fosse essa stessa la causa. Tutto ciò, caro Di Stefano, denuncia una minima capacità di comprendere l’economia come scienza e anche di ragionare con rigore, cosa che mi fa pensare come Lei possa occupare quella posizione a capo dei giovani imprenditori, settore giovanile della Confindustria.
Vorrei suggerire a Lei e ai suoi colleghi di diventare flessibili, e imparare a zappare le patate e pascolare le pecore, dando così l’esempio a tutti noi lavoratori salariati del braccio e della mente.

7 pensieri riguardo “Lettera aperta ai giovin confindustriali.

  1. Se posso permettermi mi pare che un paio di affermazioni che sono state inserite in questo post siano, quanto meno, molto forti. Mi riferisco alle conclusioni alle quali fai riferimento. Che la flessibilità del lavoro per definizione lo renda più precario, non credo che ci sia bisogno di studi particolari per ammetterlo, sul fatto però che non aumenti l’occupazione non sono affatto convinto che esista una maggioranza bulgara di accademici che lo creda (88%).
    La domanda (per me) molto più interessante è quindi: ma Keynes sarebbe stato un keynesiano oppure no?

  2. Girerei le tue annotazioni a Emiliano Brancaccio, e ti invito a porgergli le stesse domande. Io non sono tra gli autori dei suoi studi (vedi Wikipedia per i nomi). Per quanta riguarda le conclusioni, giusto parlando ieri con una cara amica e anche con un amico, scherzando ma anche suo serio, mi invitavano a darmi all’agricoltura e alla pastorizia. Perché no, dato che sono in Fis (sorta di CIG). E se lo posso fare io, perché non altri, e magari anche te? Ciao 😂

  3. Non mi era mai capitato di essere tacciato di essere braccia rubate all’agricoltura con tanta grazia. Chapeau. Nonostante sia probabilmente pure la verità non intendo tornarci perchè come si usa dire “la terra è bassa”. Più o meno come certe opinioni di baroni universitari. 😉

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