Verità esistenziale

Continuando il discorso sulla verità e quindi sulla realtà, al di là di realtà logiche e naturali, scientifiche e generali, siano anche storiche e letterarie, insomma della cultura trasmissibile, c’è una realtà che sfugge a chiunque, non trasmissibile, particolare, anzi unica, realissima e verissima in sé, una forma di conoscenza unica e assoluta: la propria esistenza. Non viene insegnata ma vissuta: ed è la propria vita.

Questa materia non insegnabile e comunicabile non è una materia, ma vita interiore ed esistenza così come è data. Non è una scienza perché non si evidenziano principi generali applicabili altrui. È la propria vita pura. Ora, se è così, a parte conoscere se stessi così come si è, che pare sia la conoscenza migliore, non è dato parlare di sé sperando di farsi conoscere. Non è possibile perché chi osserva è l’osservato, e non è data distinzione tra soggetto e oggetto, utile per conoscere qualcosa nel modo opportuno. Per questo motivo, parlare di se stessi è esercizio verbale, pretesa senza senso, chimera, illusione, oziosità: si può trasmettere del pensiero su qualcosa o qualcuno, parlare di pensiero, e cioè di parole, fare discorsi di discorsi, ma senza mai centrare l’obbiettivo. Parlare di sé, vanità delle vanità, è alquanto stupido, alla fine. Non sai di chi stai parlando, in realtà, perché altrimenti dovresti conoscere te stesso, cosa che posso concedere solo a Buddha, Cristo e affini. E tra l’altro non serve a niente, se non sei qualcuno come loro. Difatti dissero ben poco di se stessi, chi invece parla sempre di sé, è come se parlasse del nulla, ossia della vanità, che significa, appunto, vuoto.

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