Narrazione e Nirvana

Le sintesi narrative con autore onnisciente o esterno, partecipate o veriste, in cui a parlare di fatti e misfatti sono i sassi e le cozze, non sono mai aderenti alla concretezza della rappresentazione interiore del personaggio protagonista o secondario. Impossibile rendere la sequenza atemporale e contraddittoria dei tempi del vissuto. Le ore di annullamento dell’essere stesso, che non cogita quindi non è, non sono rese: potrebbero parlare al posto suo le nuvole di Aristofane, forse. Quel personaggio vive ma si è eclissato: non fa nulla. Dal nulla scaturisce un atto che segue un’emozione o un ricordo ed un pensiero che lo riflette. Nessuna decisione ne segue. L’inerzia della vita cola come cera e rapprende sulla sua pelle mentre piange per nulla, forse per quella donna che amava e lo rende insensibile.

Non ha niente da raccontare, perché non vuole: è afasico e alla deriva si lascia condurre verso una fine anonima, sommesso dalle acque o gettato a impazzire lucidamente, da solo, sulla sua spiaggia deserta, in un’isola ignota della psiche. La sua barca infranta giace lì davanti a sé. Il fallimento e il non senso del naufragio e lo scacco lo lasciano a parlare da solo, anche se comunica con altri coerentemente, ma i suoi pensieri sono contemporaneamente altrove.

Non è un eroe e non è degno di alcuna storia. Nessun ricordo lascerà. Nessun essere umano lo ama e sente la necessità della sua presenza. Gli altri, che paiono brillare nel firmamento, presto svaniscono e si spengono come meteoriti. Nel Nulla totale esteriore precipita l’Essere e nessun capisce come ciò possa accadere. Nessuna anima sopravvive. La Morte inghiotte tutto, anche il Tempo, e tutto viene annullato, nel placido spazio indifferente della vastità incommensurabile e incomprensibile. Tutto ciò che facciamo è resistere a questa eterna onda entropica, senza possibilità di vincerla.

Il Nirvana è immergersi e accettare questo abisso… svanire e svanire ancora.

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