È successo: mi sono ammalato. Non pensavo che potesse accadere davvero, e invece eccomi qui, sveglio, a pensare. È un anno che ci penso. La prima volta ero forse un po’ compreso da me stesso e da emozioni negative dovute a faccende personali, e a causa di esse fui meno presente a me stesso, anche se, in compenso, stetti molto bene fisicamente. La seconda volta, all’opposto, nonostante molto malessere fisico, e fastidio causato dal comportamento di terzi, che però poco mi toccava realmente, sono caduto nella trappola psicologica, antropologica, forse, ancestrale, primeva, biologica, culturale, naturale… non so bene come potrei definirla. Credo potrei parlare di incantesimo, magia. È come se fossi passato attraverso un rituale o avessi subito un sortilegio. Non so se capita a tutti o la vastità di certi luoghi destano una strana risonanza interiore.
Miravo l’orizzonte e il vuoto che conteneva e spingeva oltre, e quei villaggi sparuti lontani, silenziosi… Quel silenzio e le presenze nascoste tra la vegetazione, e l’altra assorta nei suoi ritmi antichi e riti di attese e corse di solitari esseri solenni, e la mancanza di esseri umani, che quando c’erano erano così naturalmente appartenenti a quel mondo. Sorrisi bianchissimi, occhi curiosi, e lentezza in tutto.
Non c’è altro luogo in cui andare per avvertire certe sensazioni immediate e quasi selvagge. C’è la selvatichezza e l’estraneità e la distanza incolmabile, anche se vestita di civiltà. Lentezza e calma e pericolo allo stesso tempo, quel sentore la morte come nascosta ad ogni angolo fatta dbenormi fauci.
E quel cielo così profondo e stellato da fare girare la testa.
Sentirsi altro in altro, e l’aria fresca, quasi gelida di notte. Provare la sensazione di non essere più nulla.
Mi ritrovo a pensare le notti dolci demse: Africa è il nome di questa malattia.

Vero…………. ricordo i tuoi racconti
🖤