La Peste

E quando l’umanità non serbava quasi più memoria di catastrofi che ancora qualche veglio ricordava, e pareva che tutto andasse per il meglio, come neppure Candido avrebbe potuto ascoltare dal suo Leibnitz camuffato, e curva di rimembranza alcuna porgeva la sommità del dosso a tangente geometrica, la cui pendenza avrebbe misurato derivate di dolore, ecco all’orizzonte mutevole della Storia venire un nonnulla aereo, poco più che un fiato, ma mortifero e pestilenziale.

Come nel pelago che ospitava all’ancora le navi achee imperversava Apollo coi suoi dardi pestilenziali, così entità sconosciute (o è sempre di Febo l’opera?) ora saettano inver questa moltitudine violenta e astuta, meccanica e menzognera, orgogliosa e arrogante, vacua e vanitosa, spensierata e sciocca, che si protegge come può, e i volti ricopre con maschere anonime mentre i corpuscoli umani tentando vanno, alla stregua di elettroni repellenti, evitandosi gli uni gli altri, laddove la vita elettrica negativa oppone fra loro resistenza.

Le Parche, quietamente, lavorano ai fili che spezzati giacciono nel loro cesto, umanità varia mescolata: forse si faranno una veste o qualche calza annodando i fili oppure una maglietta, che nel cielo ricopra qualche angelo freddoloso.

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