Via!

È tardi, non ce la farò…! Joe doveva recarsi dall’altra parte della città e la sveglia non era suonata. Doveva fare in fretta, perché lo aspettavano.

Accidenti, adesso come faccio? Fuori c’era un traffico impossibile. Si veste e corre giù saltando le scale rischiando di cadere ad ogni salto. Lo aspettavano.

Corre Joe verso la fermata della metropolitana più vicina. Prende la scala mobile e schizza come un razzo verso l’abisso.

Sulla banchina ci sono dei strani individui vestiti di nero. Sembra che facciano finta di niente. Joe crede che lo osservino, invece. Vede le luci dei fanali anteriori del treno. Eccolo che arriva, finalmente!

Rimbomba il treno e le ruote stridono.

Si precipita all’interno di un vagone. Entrano anche loro. Lo sapeva. Non poteva non accadere. Loro vanno in fondo alla carrozza. Lui si siede all’altra estremità. Leggono il giornale. Stanno zitti. Nessuno parla con gli altri. Sono quattro. Uguali.

Mancano cinque minuti e ci sono quelli…

Il treno frena e si ferma. Le porte si aprono. Joe schizza fuori e vede delle ombre che corrono dietro di lui. Svolta un angolo e sale le scale a salti e nota che le figure degli uguali salgono correndo. Hanno occhiali con lenti a specchio. Senza espressioni nei volti.

Non ce la faccio, non ce la faccio!

E Joe corre, col vento tra i capelli sparsi. E loro corrono, con gli impermeabili neri come ali.

Joe cade, e si alza. Loro si avvicinano. Guadagnano terreno. Riprende a correre, col fiato in gola. Il sole pallido nel cielo grigio e le ombre corrono e lui corre.

C’è una piccola altura artificiale di quelle fatte da architetti urbanisti per creare variazioni di profondità nell’ambiente e integrarlo con lo skyline della città. C’è qualche albero sul rilievo. Joe corre ancora, e inciampa sulla radice di un bagolaro. Rotola come un pneumatico. Loro sono sopra di lui. È finita. Mi hanno preso… Chiude gli occhi. Perché ci aveva creduto? Era un pazzo… Però c’erano loro. Non era pazzo, forse.

Finita… Pare che una musica vibrante e profonda cresca di tono sempre di più aumentando il volume del suono meraviglioso. “Loro” si sono fermati.

Una luce abbagliante li getta a terra tutti e quattro. Sono arrivati davvero? Non riesce a crederci!

Gornakur scende dall’enorme oggetto luminoso che era sorto dietro l’altura: era grande come uno stadio da calcio. Sorride, Gornakur dall’ampio mantello bianco. <<Andiamo, Joe>>, gli dice. Insieme salgono nello “stadio”. Un attimo dopo, un batter di ciglia, e dalle finestre ornate un cielo nero trapunto di miriadi di stelle come mai si potrebbero vedere dalla Terra. E poi una cosa gigantesca, sospesa nel vuoto, con montagne e città e laghi e fiumi. Atterrano su una piazzola altissima, forse quattro chilometri, tra le nuvole. <<Eccoci!>> esclama Gornakur. <<Questa è la nave Nirvana, la nave madre. Andremo dall’altra parte del cosmo e del tempo. Non ti preoccupare. È finita la paura. È infranta la ruota di Samsara>>.

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