Macchinari

È vero che siamo macchine, ma nel senso che viviamo “come” macchine. Un senso che rimanda alla possibilità che si cessi di esserlo, di reagire meccanicamente, di comportarci meccanicamente. Il discorso si complica, e bisogna pensare che ci sia qualcosa di più che può svilupparsi in noi: l’anima. Se tutto ciò che si può dire di essa è formulare un’equazione che abbia come identità il cervello, allora se quello funziona c’è l’anima, altrimenti non c’è, e siamo anche morti e altro non c’è. Un po’ dogmatico e parecchio materialistico, oltre che riduttivo e deterministico. Ma se la mano si muove per prender qualcosa, è perché c’è una volontà che segue una rappresentazione e che la produce all’atto della prensione. Ciò che muove non è il mosso. Perché non dovrebbe essere così anche per il cervello? Qualcosa d’altro lo attiva, come quando accendiamo un computer. Perché dovrebbe essere l’ultimo termine e il motore immobile di tutta la nostra vita? E infatti non lo è, poiché anche il cervello è mosso dall’esterno, quindi non è il motore immobile e l’anima. Come la rappresentazione e la volontà non sono visibili, con buona pace delle neuroscienze e neuro imaging e di tutti i dottori che ci vorrebbero ridurre a pezzi da smontare e cambiare e macchina da riparare presso una pletora di meccanici specializzati in naso, dito, caviglia, culo e minchia. Magari siamo qualcosa di più, o potremmo esserlo…

Che dignità ha una macchina che una volta guasta si getta nel cesso? So benissimo che a loro non interessano queste cose, ma a me sì. Fino al punto che magari preferisco morire, cioè tutto il contrario dell’arte medica, e ammissione di fallimento terribile per chi fa quella professione, da cui l’accanimento terapeutico orribile subito da molti, che vivere da paziente. Io non sono paziente: anzi, sono impaziente. Pazientino loro, piuttosto. Il cervello come deus ex machina…

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