Leopardi e Manzoni, rispettivamente nell’idillio “L’infinito” e ne “I promessi sposi”, sanciscono l’impossibilità di una felicità totale e senza fastidì nella vita. Leopardi ne ritrova una possibilità solo nell’immaginazione, cui aderisce il cuore che si “spaura”, dopo aver inteso le vertigini della riflessione che coinvolge il rapporto tra limite e il limite indefinito, simboleggiato dalla siepe che traccia il confine tra qui e il là, “questo” e “quello”. Il vento che fa stormire le foglie degli alberi sul colle “ermo”, significando con l’aggettivo la solitudine del poeta stesso, riporta la nozione del tempo alla mente di Leopardi che si era quasi dissolto nell’immensità del mare della fantasia e che dichiara la dolcezza del “naufragare” in esso. Altrove per dimenticare il qui e i suoi limiti e la sofferenza che ne deriva.
Manzoni nel finale del suo romanzo, pacatamente, ammette che i guai e i fastidi vengono anche senza cercarli, come dice Lucia, e pone la felicità nella speranza della felicità cristiana: nel frattempo occorrerà accettate ciò xke accade e aver fiducia nella Provvidenza.
A ciò potremo aggiungere le osservazioni fatte da Buddha sulla condizione esistenziale umana, che si conclude con la vecchiaia (non sempre), la malattia e la morte. A differenza dai due scrittori, pensa che la soluzione è quella di estinguere l’esistenza reincarnata senza posa, ma l’immensità sua è il Nirvana, mare in cui naufragare per salvarsi da questa condizione.
