Nel “Dialogo della Natura e di un islandese” di Leopardi, il protagonista, che sceglie di fuggire l’umano consorzio, onde evitare fastidi, invidie, gelosie e tutte le amenità che si usano fra gli esseri umani, sovente inferni gli uni per gli altri, decide di andare a vivere dove quelli sono assenti o quasi, ma la Natura lo fa bersaglio di ogni vaghezza che Ella dona, come freddo, scarsità di cibo, intemperie contrarie e letali, malattie, e cercando di scappare anche da quella, incappa invece in Lei, che troneggia proprio sulla punta estrema dell’Africa, dove confluisce Atlantico e Pacifico. L’islandese la vede e la interroga, chiedendo perché tutto questo, e Lei risponde che nemmeno si accorge dei loro umani guai.
Una potenza sproporzionata alle nostre forze, immensa, che ci mostra come con una entità minuscola come un virus, un essere vivente non umano, ci crea difficoltà insormontabili o quasi. Non ha bisogno di più di tanto poco, e questa è tutta la cura che Ella mostra nei confronti del Sovrano della Natura, l’Uomo. Il mondo tende a conservare il suo equilibrio e a ristabilirlo, senza darsi pensiero che la corona della creazione divenga nulla
