<<Tano! Tanò! Tano!>>
“Ma chi è?”, mi chiedo, mentre sono in cucina ad attendere che la pasta venga cotta. “Sarà qualcuno che ha perso un cane “, penso.
La voce è di una donna; e sono quasi le oscure ore 18 del sole legale a Milano, la longobarda e celtica città che giace all’incrocio di quattro sentieri di fluenti acque che si interrano ora sotto le sue strade affaccendate. E Tano scompare il 29 ottobre del 2020.
I locali che hanno sempre visto le genti riunirsi sotto uno stesso tetto e cielo per libare e per officiate il culto di Bacco sono chiusi; l’osservatore inviato da Siva sulla Terra per assistere alle scene più insulse e condurre un’esistenza anonima come un agente della CIA divina è a casa in Fis, di nuovo, ed ha appena avuto la grazia di poter prenotare una visita, perché la Regione Lombardia non aveva inviato la sua richiesta urgente al CDI, anche se aveva Egli una ricevuta di un invio. Il Testimone che si nutre di pasta e Upanishad, Veda e Metal music, raga e soul e suona la variazione occidentale del sitar, ode la madre chiamare Tano, accorata. Si sporge sul balcone come un sole nell’oscurità rischiarata dal cielo che rosseggia, il Divino che attende che la santa pasta cuoccia.
“Tad asad eva sanmano ‘kuruta syām iti”, ricorda dai Veda. Il Non essere decide di Essere, e quindi si scalda sempre più e sorge la luce. Dio nasce. E io con Lui.
<<Tano! Tano!>>. La divinità che cucina i fusilli interviene, e con mano maestosa manco fosse la dea Nike indica alla madre di Tano dove dal Non Essere è nato l’Essere: un bambino, Tano.
<<Eccolo! È lì.>> indico come fossi un avatara del Beato l’infante che chiamava la madre e correva su un triciclo come il suo omologo in “Shining”. La madre ringrazia Sua Grazia sul balcone del condominio sacro. Sua Grazia rientra perché la pasta è pronta, brontolando come un brahmino in un romanzo di Celine, stizzito, in milanese idioletto.
La notte scende su Affori. E le stelle stanno a cantare gli dei.
Grazie, basta cosi.
Le stelle tacciono.
