Se una volta bastava un gesto a rappresentare un mondo, il rito e la parola sancivano legami tra divino e umano e producevano altri stati di cose e mondi, e la teurgia dominava le potenze sottese alla natura, ora infinite parole risuonano vuote e descrivono pensieri e sentimenti che corrodono l’anima come vermi o illudono, certo per precipitare nel Tartaro più compitamente chi si scortica la mente con reticolati di filo spinato della razionalità. Immediatezza svanita in analisi psicologiche che non conducono a niente, e rendono la storia anonima e carica come una bestia da soma di banalità e apparente profondità. Tutto è superficie di chiacchiera e fruscio di abiti da ballo e luci e baci e vacuità. Nella falsa profondità e complessità di personaggi celebri della Letteratura è rinvenibile un girare a vuoto irresoluto, una mancanza di slancio eroico, una quieta disperazione ignara di se stessa.
Se mangiare con altri aveva un senso sacro e sigillava promesse che era nefasto e letale non soddisfare, ora non basta a concludere un accordo nemmeno un discorso perfettamente articolato e, ciononostante, incomprensibile.
