Penélope tesse la tela, ordito e trama è ellittico. È la parte non raccontata dell'”Odissea”, quella tela è il discorso rivolto ai proci, come fa Sherazade col sultano, per intrattenerli, ma con esiti diversi: l’epilogo omerico è tragedia e morte per quasi tutti i proci, a parte uno, che dovrà servare memoria degli eventi a lezione futura per educare la hybris, sempre puntualmente punita dagli dei antichi, quelli ancora vicini alla fase mitica del macrotesto dell’area geografica interessata da loro e dagli eventi. Ne “Le mille e una notte” un matrimonio coronerà la narrazione, mentre nell’opera omerica ci sarà una sorta di celebrazione delle nozze d’argento, ma con un Odisseo ringiovanito ad opera degli dei.
La tela, il testo, la tessitura, la trama e l’intreccio, che Omero e gli aedi ritessevano, con variazioni rilevabili solo guardano il risvolto della tela. La struttura in trasparenza, la filigrana del racconto, palpabile all’occhio di chi legge o ascolta, si riassume nel racconto di un padre alla cui ricerca muove suo figlio, Telemaco. Un padre che nel frattempo si perde per strada, quella vasta e profonda del mare, su cui veleggia il figlio, che non lo riuscirà a trovare, perché sarà il ricercato a ritrovare il cercatore.
E la tela espira di giorno e inspira la notte. La monotonia dell’attesa, dei gesti ripetuti senza senso, quando manca chi si ama, e le cose non hanno più rilievo e tutto si trascina letalmente. Ellissi dei sentimenti, e confessione di amore; e presentazione discreta del lavoro artigianale supremo del Poeta che intreccia la trama sull’ordito, richiamando l’attenzione dei narratori discepoli, sulla fatica immane della scrittura.
