Io non risolvo problemi di nessuno, perché non sono nessuno. Sono io, e riparo, forse, qualche problema mio.
Non sono il tuo maestro; non sono il tuo psicologo; non sono il tuo filosofo di corte e nemmeno il buffone.
Non scrivo ricette, ma analizzo, cioè penso e dico la mia, che sarà corretta o no pragmaticamente, al limite, se sortirà l’effetto di far chiarezza dentro di te, perché ne sentirai la verità sulla tua situazione, come quando si guarda un film o si legge un romanzo che sembra dare risposte o parlare di te. Ci sono, infatti, cose comuni e non a molti quando parliamo o scriviamo, facciamo un film ecc. Semplicemente accade che qualcosa che viene espresso sia generalizzabile e possa diventare universale sul piano concettuale ed esistenziale. Capita.
Sto parlando di me stesso, restando su un piano formale o astratto, come preferisco fare spesso, sintetico, non narrativo e dettagliato o concreto, quindi filosofico (tutti lo siamo quando pensiamo!) e tu cogli qualcosa che ti riguarda? Spero sia utile e non offensivo: non è mia intenzione. Non mi piace particolarmente fare polemiche; piuttosto preferisco pensare o restare solo con me stesso.
Ripeto: parlo per me. Non si può far altro che parlare di se stessi, d’altronde. E anche quando mi arrabbio sono problemi miei. Devo cercare dentro di me il senso di tutto.
Posso chiedere scusa, urbi et orbi, ma davvero non vedo che cosa possa toccarti e farti male (e vale anche per me), dato che sono io, è me stesso l’oggetto di ciò che scrivo e dico.
Sempre, anche se ce l’ho con qualcuno, e sono velenoso, falso, ipocrita, viscido e quant’altro, un mostro della palude, abominevole, odioso, sono sempre problemi miei, non tuoi, perché manifesto il negativo in me, l’ombra: perché ti dovrebbe toccare e farti irritare? Perché ti tocca in quanto senti che c’è qualcosa di simile dentro te, e ti fa male e spiace, ti angoscia e getti la colpa su chi ti ha fatto sentire male: ma ti dico che nessuno ha colpa o merito; in realtà, non c’è bene e male a livelli alti, dove splende la Verità. Questo lo potrà capire qualcuno perfettamente: non ho voglio, adesso, di spiegarlo, anche perché non sono un brahmano o un guru. Ma tu che sai capirai bene ciò che scrivo. Fa male ciò che è dentro di noi, come una malattia: il mal di denti altrui fa male ad altri. Ti arrabbi con me? Perché? Che cosa ti fa stare male? È in te. Al massimo possiamo avere la stesa malattia, infezione, virus. Devi fare i conti con te stesso, maschio o femmina che tu sia. E purtroppo, se sono felice, se raggiungo l’illuminazione, il Nirvana è cosa che riguarda me; così sta anche se sprofondo all’Inferno. Io non c’entro niente con i tuoi stati d’animo. E se urlo e faccio il pazzo, ho paura o sono vigliacco, faccio schifo o sono patetico, e qualsiasi altra nefandezza, sono problemi miei.
Se ti giudico, soni problemi miei. Se invece voglio ammazzarti, sono anche problemi tuoi (scherzo… eh!).
Ognuno è responsabile dei propri stati interni: questo vale anche per me; è soprattutto un esame di me stesso che sto facendo e di coscienza.
Non nego affatto le mie colpe e i miei errori, e non sto dichiarando la mia superiorità morale su nessuno: potrebbe benissimo essere, anzi, che io sia il peggior uomo al mondo. Chi lo sa? Ma infine, insomma, occorre accettare se stessi, non disperarsi: bisogna vedere che c’è dentro se stessi. Ecco: devo essere sincero con me stesso. Vedo quello che c’è e mi complimento per lo schifo: però, per favore, lo devo vedere io, non me lo devi scaraventare addosso tu, accusandomi e mettendoti sul pulpito come Savonarola: osserva te stesso/a, perché conosco troppo bene l’essere umano per accettare giudizi e condanne da chiunque: mi condanno e giudico da solo. Tu perdonami, e io ti amerò, davvero. Questo sarà bello! Lo farò anche io con te, subito! Non ti ergere a giudice sopra di me, perché non riconosco nessuno sopra di me, e nemmeno sotto. Non ho padroni e non ho servi. Non sei peggiore o migliore di me, sei umano. Sono già abbastanza severo con me stesso, e non sono cieco: se non oggi, domani vedrò i miei errori; ma tu non venire a educarmi, perché non puoi farlo: educa te stesso/a! Forse potrei accettare un giudizio da un essere davvero superiore, senza fare storie (Buddha o Gesù), ma di solito quelli non giudicano: lo facciamo noi.
Nessuno è migliore di un altro, in realtà: ci sono degli innominati che potrebbero diventare santi domani. Bisogna ricordarsi solo di perdonare e badare a se stessi, e quel tronco in mezzo agli occhi credere che sia il proprio.
