Dell’orgoglio

L’orgoglio è un cattivo servitore. La presunzione una cattiva serva. I due si innamorano e si accoppiano. Dalla lavoro unione servile nasce l’amor proprio. L’amor proprio è superbo, pur essendo un servo figlio di servi cattivi. È un drogato: la sua droga è la permalosità. Il down della sostanza è la paranoia. Essendo niente di che, perché crede di essere il migliore al mondo, non impara niente e non è capace di fare nulla. Quindi non è niente di che: una nullità. Non eccelle in niente. Da ciò deriva la costante frustrazione e fastidio che lo rende rabbioso e polemico ancora di più. Se raggiunge per caso qualche obbiettivo, uno qualsiasi, presume di essere il migliore nel campo. Ovviamente non lo è. Altrettanto ovviamente però crede l’opposto e quando si accorge che ci son tanti più bravi di lui, in qualsisia attività che possiamo immaginare, diventa invidioso e si rode nell’anima. Non riuscendo a “vendere” il proprio mediocre sapere o abilità si rattrista vieppiù perché non viene riconosciuto il suo genio.

Finirà la sua vita amareggiato e colmo di emozioni negative, come l’invidia e il risentimento, soprattutto. Il cinismo ed il sarcasmo corrosivo saranno le sue armi velenose, degne di un serpe strisciante.

L’evoluzione sarebbe il pentimento. Il perdono la liberazione da se stesso. Ma non riesce: per perdonare occorre capire che qualcosa di meccanico non conosce bene o male, bensì se funziona o no. Perdonare significa sapere che non sappiamo ciò che facciamo. Per comprenderlo davvero, si deve già essere quasi fuori dal tunnel della identificazione.

Per comprender occorre comprendere.

Lascia un commento