Otto gennaio dell’anno post disgrazia 2021 (si spera).
Ho parlato, augh! A parte la libertà di parola, diritto cartaceo – e sappiamo tutti cosa si fa con la carta in certe stanze -, tacere del tutto è anche meglio o parlare del tempo, al massimo. Siccome mi annoio a parlare delle questioni meteorologiche, pur se pazze quanto si vuole, manifesto la mia libertà di parola in maniera più variata.
La variazione sui temi, bella tecnica musicale e artistica in generale, letteraria compresa, però, non è sempre cosa buona, se non è sorvegliata da se stessi o non tiene conto di mugugni, critiche, code di paglia, paranoici, ossia coloro che nutrono deliri di riferimento, e persone più o meno astute, permalose come vespe incazzate, e chi lo finge per scappare da impegni e responsabilità, svicolando così elegantemente (per modo di dire) dalle promesse fatte a suo tempo. “Ti prometto questo e quest’altro, ma tu sei cattivo e non lo mantengo più”.
E no! Non funziona così: la parola data andrebbe mantenuta indipendentemente dal comportamento altrui o, ancora più gravemente per chi manca di adempiere, da ciò che uno opina.
Tant’è che i social network hanno sì attribuito libertà di espressione a tutti – rivelando l’incapacità di capire ciò che si legge e di scrivere qualcosa in modo corretto grammaticalmente e sintatticamente, il minimo indispensabile per cominciare con chiarezza -, ma nello stesso tempo ha riattivato la gogna nei confronti di chi comunica, se non piace ciò che dice. Ciò che piace o non piace è questione di gusto, non di argomenti: la questione si chiude qui. Quando invece si tratta di argomenti bisogna vedere se si è capito cosa si è letto, altrimenti chiedere spiegazioni, non da superiore a inferiore, ma da pari a pari; dominare la propria suscettibilità; ammettere con se stessi la propria ignoranza in materia, e magari tacere o studiare, oppure almeno chiedere, ripeto; e soprattutto non partire con filippiche indignate da comizio di piazzetta con dieci tra gatti e cani: mai credere che si stia parlando urbi et orbi. Occorre altresì trattenere i propri cani da guardia on line, altrimenti amici e amiche, perché fanno più danno che altro, non avendo lo stesso rapporto che interessa, probabilmente, i due interlocutori. E invece no: e questa brutta facendo si ripete ogni volta… Allora, va bene opinare, ma mordersi la lingua o le dita prima di parlare o scrivere sarebbe bene (o farsele mordere, anche). Che succede, altrimenti? Litigi demenziali, reiterati, di cui ci si stanca, se non si è dei facinorosi e leoni o picchiatori da tastiera. Una, due, tre volte… e basta! Ci si stanca, e sono proprio le persone più buone e intelligenti e colte, brave a scrivere quelle che abbandonano il campo mentre restano i pennivendoli, chi crede di essere Leopardi o Dostoevskij, i rompi coglioni, schizzati e gli stupidi e ignoranti, che parlano sempre: non se ne rendono conto, e non se ne tengono una in bocca di parola. Che siano uomini o donne (quest’ultime assai sgradevoli per la capacità innata di colpire dove più fa male, usando un linguaggio emotivo non sempre accessibile agli uomini), guai! Così si perdono amici o quelli che così si denominavano. Così si creano casini immensi: e così è successo negli USA, a Washington, in Campidoglio.
Un signore, considerato il più potente al mondo, ha combinato un pasticcio. Della gente che è stata fomentata da colui, gente sulla quale non intendo avviare un processo di critica, perché si commenta da sola, ha messo a soqquadro un luogo che è considerato inviolabile, luogo di cui personalmente non mi interessa niente, ma sede del governo del Paese più potente al mondo. E non è stato solo questo il problema: sono scappati feriti e morti. Ci sono molti individui arrestati. È successo appena l’altro ieri, con coro posteriore di critiche dei capi di governo dei principali Paesi, e con tardive scuse e passi indietro di un uomo ondivago, narcisista, furbo o forse pazzo del tutto, un uomo che avrebbe in mano i destini del mondo, in pratica.
Meno male che le mezze cartucce e nullità, tra le quali ci sono anche io, parlano nel bar e scrivono nei social, nonostante alcune si credano profeti e pitonesse…!
“L’orgoglio è un cattivo servitore”, scrisse Ouspensky, allievo del Maestro, citando un proverbio russo; tutti ce l’abbiamo, che si sia cristiani o buddisti o ebrei o musulmani oppure atei, e nutriamo su noi stessi ogni sorta di idee errate: ci crediamo questo e quello, e la vanità regna sovrana. Tocca una qualsiasi personcina, anche la più meschina e degradata, abbruttita e risentita, frustrata e perennemente indispettita, indisposta e vile, ignorante e presuntuosa ecc., e ti azzannerà alla gola, soprattutto se le dici la verità su se stessa! Noi non vogliamo udire la verità su noi stessi, non vogliamo perdere le nostre illusioni: ci sentiamo tutti così importanti e perfetti…! Ognuno è il centro del mondo e dio che regna su tutto e tutti; ognuno si crede nel giusto; ciascuno pensa di essere non meno intelligente dì Einstein; non meno artista di Michelangelo; non meno perspicace e arguto di Voltaire; interessante come il deposito di oro di Fort Knox… insomma poco meno di una divinità. Concede tutto e ammette falsamente di non sapere per suggerire di essere uguale a Socrate; di essere perseguitato a causa della propria natura divina, come Cristo; e ognuno si aspetta laudi e onori, gemme ed ori, e purpur mitrie. Si sa. E non è così affatto: si vale qualcosa solo per la mamma, ma per gli altri, così persi nel proprio aureo e sintomatico mistero, poco più di un insetto, che si teme di schiacciare solo perché si è poi puniti.

Essere presenti su blog o social non dà diritto a prevaricare ed essere supponenti. Quando si percepisce qualche disturbo in un proprio contatto meglio lasciarlo alle sue convinzioni.
Daniela, credo che alcuni, forse già disturbati, con personalità multipla,
… (segue) siano presenti, e il loro disturbo sia peggiorato per la possibilità di assumerne quante nel vogliono in modo vieppiù “pettinato”, elegante,vario e manifesto senza incorrere in “stigmatizzazioni” cliniche.
Facciano pure, in ogni caso lasciano il tempo che trovano. Non è alzando i toni che si dimostra ragione o superiorità.