Giudizio errato

Giudicare di persone mai viste nemmeno una volta è una pretesa davvero esuberante, tra l’esagerazione e la patologia. Nemmeno dopo una vita intera si conosce una persona. Neanche se stessi. Si può dire che non piace ciò che taluno dice o scrive, disegna, scolpisce, suona: insomma, quello che esprime o fa, ma da questo a trinciare giudizi sulla persona è troppo. Avviene, però; e la cosa me le fa girare molto velocemente. Puoi commentare, argomentare, ragionare insieme a me, e dire che non sei d’accordo, ma niente altro: non puoi aggiungere nulla, e nessun giudizio su un individuo può essere emesso partendo da ciò che scrive. Qualsiasi cosa uno abbia intenzione di fare scrivendo sono affari suoi: guadagnare soldi, prestigio sociale acquisito attraverso la fama, business ecc., se uno ti critica per questo, però, lo si accetta comunque, perché alcuni hanno codici etici, morali e affini diversi dai tuoi, e non gradiscono chi usa le arti liberali che sono fine a se stesse per altri scopi, tesi storiche, vetuste, direi. Lo si accetta come argomento, che ha un suo valore: ci si rende liberi solo esercitando la libertà; la si può pagare come una cauzione, ma chi te la dà, te la può sempre togliere in ogni momento. Se utilizzo qualcosa che va esercitato come fine a se stesso, che non serve a niente, come la filosofia, è perché non è serva di niente, in quanto è libera e rende liberi; infatti, non serve. Se devo venderla, allora dovrò cambiare qualcosa che non va bene a chi la compra, cosa che è avvenuta spesso, e lo sanno certi giornalisti, intellettuali e scrittori. Tutto qui il discorso. Ciò non toglie che si possa vendere qualsiasi cosa, anche la propria merda.

Detto ciò, esponendo le tesi contenute in un libro di un famoso intellettuale, Zygmunt Bauman, ebbi la pessima idea di metterle per iscritto: si scatenò l’inferno! Insulti indiretti, comiziali, rinforzati da amiche schizzate con le mani scottate dal pollo appena sfornato, indemoniate e sbraitanti. E dalle stelle alle stalle fu un attimo. Ipocrita, patetico, vile ecc. e capii che era per me, chissà come mai, e lo azzeccai. I commenti di vera e pura merda fatti da teste piene della stessa sostanza rinforzavano le urla e gli strepiti, e i lai e il batter di mano con elle.

Ho sbagliato a valutare certe persone, in senso però positivo, migliorativo; la mia tendenza è credere e pensare sempre bene, positivamente, di tutti. Sempre elogi, ed elevazione con relativo posizionamento su piedistallo. E sempre a parlarne bene con amici, e l’orgoglio di conoscerli, e la stima, il narrarne le doti sublimi, i titoli, le onorificenze, i meriti e le altezze vertiginose di chi mi si presenta innanzi, con rotoli di carte sotto le ascelle: lauree di ogni genere, e lustri ecc., e paragoni con me stesso, per farli risaltare vieppiù: io sono nessuno, un pirla, un coglione, ignorante, che lavora per vivere, e che adesso non può nemmeno lavorare per vivere. E sono cazzi salati miei.

Ho aiutato chi credevo fosse nella palta, ma chiaramente ora che lo sono io non si fa vedere nessuno, proprio nessuno di quelli che dovrebbero ricordarlo. Ho fatto vivere da abbienti certe persone, credendo in loro… ma questo è un altro paio di maniche, non troppo però. Ora anche la salute se ne è andata: frega a qualcuno? No, per un cazzo. Insomma, manco avessi ammazzato tutta la famiglia, un casino pazzesco, una vergogna tremenda. Uno schifo, e pena, a dirla tutta. Ora i miei pensieri sono ormai volti spesso ad altre dimensioni, ricevendo la propulsione necessaria da mezze parole di medici e ormai troppo lunghi esami e visite. La fermo qui, perché non voglio sentirmi dare del patetico da nessuno: odio tale termine, e muoio in piedi, da solo, mandando a fanculo tutto e tutti, e se vuoi, dimmelo in faccia, che te la rompo, chiunque tu sia: è una promessa! Precisato anche questo, ed è meglio tardi che mai, mi sono accorto dello schifo: mi si sono aperti gli occhi; ma anziché raggiungere il nirvana e l’illuminazione ho visto la merda, un oceano infinito di merda… senza confini. Ora cerco e voglio la solitudine, anche più di prima, e amo camminare da solo; mangiare da solo; leggere da solo; scrivere da solo; fare qualsiasi cosa da solo, incluso tirare le cuoia. Facendo le dovute eccezioni, questa è la situazione: non sono alla misantropia totale, ma provo enorme fastidio alla sola vista di esseri umani. Non di tutti, però, lo ammetto. C’è ancora speranza.

Non ho tempo da perdere in leziosaggini, nemmeno scrivere per amore dell’arte, che non è di certo la mia: amare non significa possedere, d’altronde. Deluso, disilluso, non mi aspetto niente da nessuno, e il mio carattere una volta molto socievole e scherzoso, solare, quasi da fanciullo, è cambiato. D’altro canto ero orso da piccolo, dalle prime classi delle elementari, forse indotto in ciò dall’isolamento sociale. Difatti, non mi ricordo di chissà quali e quanti amici… Non so perché ma sempre così è andata: ed è proseguita anche alle medie. E non è mai cessata questa merda, restando sempre di sottofondo, in certo modo.

Il mondo non mi vuole o non lo voglio io, forse, ma siccome da bambino non potevo avere esperienza per esprimere un giudizio simile, da dove poté giungermi una nozione siffatta? Come potevo non voler vivere e odiare il mondo o avversarlo e temerlo come cosa negativa in tenerissima età? E qui spezzerei una lancia per la tesi della reincarnazione o forse per la chiaroveggenza o entrambe.

Non voglio morir odiando, come un demone, ma magari mi posso riconciliare con Dio o farmi monaco: mi sa che era questa la strada mia, visto come sono andate le cose, e intendo monaco eremita.

Non mi aspetto davvero più niente da questo mondo e da nessuno: sarei sorpreso del contrario. Certe cose non sono mai cambiate, vedo: e sono stufo. Diciamo che sarebbe ora di andarsene, molto tranquillamente, senza amore né odio per codesta merda: come si fa ad amare od odiare la merda? Fa solo schifo. Il Nirvana è questione di naso.

Il Paradiso è la pace dopo la puzza.

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