La chiarezza della torbiera della comunicazione mediatica. Fenomenologia televisiva.

D’altronde, far intendere il funzionamento di un virus, che cosa è, e dei suoi antagonisti, a chi picchia martellate tutto il giorno su un muro, o a chi si spaventa e chiede cosa sia quella cosa rossa che fuiriesce dal corpo quando ci si taglia, è opera da ciclopi. Se aggiungi gli R con pedice t, le relative percentuali, il conto degli infetti, che vanno sottratti ai già infetti e guariti, più la somma dei positivi, e i degenti delle terapie intensive, meno il calo degli stessi, meno i decessi, più i nuovi focolai con variante, diviso per i non vaccinati, meno i già vaccinati, più i portatori sani, cioè gli asintomatici (che sono spariti da un po’ dalla conta) e le correlazioni con altri Paesi, quindi i parametri che consentono di valutare chi ha contratto un virus così sfuggente, e poi l’esito finale e magari scorretto che fa colorare regioni, provincie, comuni, quartieri, palazzi, appartamenti e cessi, e per spiegare tutto questo appaiono personaggi scocciati con la testa che si muove dondolando, come quei pupazzi da auto di una volta, e che da un momento all’altro ti mandano al cesso di cui sopra, e poi si consultano, per spiegare bene i termini di tutto questo, le lezioni di Heidegger alla Università Phillips di Marburgo del 1924 sui “Concetti fondamentali della filosofia aristotelica”, citando “La logica” di Kant, e glissando su quella hegeliana, per fortuna, ma chiarendo le nozioni fondamentali della fenomenologia di Husserl, con una frase sì è una no in greco, e le altre in tedesco, evidenziando che è un’introduzione alla formazione dei concetti per la scienza ma sul piano filologico, se ti mettono al rogo e ci arrostiscono le salsicce sopra non è che puoi lamentarti.

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