Occorre una vita per capire di non aver capito la vita. Questa vita che è esistere come vita che mi riguarda, di cui mi preme la cura, anche se la posso considerare irrilevante, gettata, sprecata, arsa e incenerita. Questa cenere sono io, comunque, e sotto di essa vive quel fuoco che arde, brucia vivendo sotto la cenere, nascosto. Posso essere questa vita al modo del rifiuto, e vivere l’essere insieme come selva di dannazione con alberi di dannati. L’inferno può essere la possibilità di non potere essere animale politico, della città, che non mi riguarda, ma il mio sguardo si estende e vaga sul deserto che non mi guarda mai nemmeno la prima volta, e quindi non può ri-guardarmi di nuovo. Non sporge su quanto sta di traverso, e le getta solo un’occhiata di sbieco, con disprezzo, che riflette l’orrore del vuoto della non rilevanza di essere in lei. Nulla rileva, sporge, s’innalza, e quella piana deserta è squallida e l’esistenza vuota. “Sahara” significa appunto ‘vuoto’. Sabbia sterile o acqua piena di vita, come oceano, non conta. Non è il mondo per me, ma per il pesce. L’immenso vuoto del cielo non è il mio vuoto, lo spazio per volare, per me, ma percorso e strada dell’uccello. Le acque, l’aria e la sabbia hanno strade che non sono le mie. La mia strada sarebbe quella umana dei parlanti, la koinè che si parla, e in quanto si parla, e non ascolta, non è nemmeno essa la mia: si parla addosso; si dice che avvenga questo o quello e ripetutamente si rinnova. Mi si offre all’orizzonte come piattezza liquida o gassosa, come terra piana in cui nulla s’innalza. E quindi tutto è uguale, niente sta su diversi livelli. Non posso gettare lo sguardo sopra o sotto o a lato, perché tutto è uguale e medio. Tutto è mediatizzato e si comunica mediamente e mediatamente. Tutto è medio, cioè è mezzo. Tutto sta nel mezzo, il mezzo è ovunque, e non ci sono estremi, limiti. Quando una cosa non ha limiti, fine, non ha finalità, non ha scopo, non va in nessun luogo. Indefinito, non ha essenza, forma, causa, fine.
Fino a che almeno uno capisce che liberarsi dalle cose non rilevanti, dal non vuoto della folla delle cose è l’inizio della libertà, e comprende cosa davvero non conta, e getta via da se stesso ciò che lo rendeva gettato esso stesso: non era lui vivente allo stato di deiezione ma quanto e quando credeva che fosse se stesso.
