Non per niente il carattere generale che individua l’essere umano, indicato dalla premessa maggiore, la più fondamentale, del famoso esempio sillogistico medievale, forse di Boezio, è la mortalità. Se fosse stato ‘vivente’ non sarebbe stato corretto. Infatti, se dicessimo che tutti gli uomini sono esseri viventi, e che Socrate è un uomo, quindi è vivente, diremmo una sciocchezza.
La terra non è lieve e nemmeno pesante al cadavere. Ritorna all’inorganico, ovvero all’indifferenziato, e come tale i suoi atomi si
diffondono e confondono con gli elementi presenti nel cosmo, in cui si riversano. Tanto che poi una mano diritta o mancina sarà fatta di atomi di Einstein. La cessazione del limite, il ‘peras’, il perimetro, la forma, elimina la causa formale, e quella finale, come fine o contorno, limite anch’esso, e ‘telos’, che viene a me come protensione nel futuro. La causa materiale cessa con la mutazione dello stato fisico, e quella efficiente con la fine delle funzioni vitali.
Ma da cosa nasce cosa, quindi dalla terra nasce un fiore o un cavolo, che sarà fatto dei miei atomi, o entrambi, il famigerato cavolfiore, che metterà d’accordo poesia e gastronomia e passerò immediatamente nelle viscere di Giuseppe o Torquato e da lì nelle fogne, sotto forma men nobile ma ottima nuotatrice, e poi al mare, mediante un fiume. Insomma, qualche atomo finirà nel ventre di una balena o di un topo: nel primo caso mi mangerò Pinocchio e Geppetto, o Giona e nel secondo terminerò la mia esistenza tra la fauci di un adorabile felino. Possibilità ce ne sono a iosa. E quel gatto avrà in se stesso atomi di uno che leggeva Aristotele e Buddha e Lao Tze, e mentre sarà sul comò guarderà con aria saggia e misteriosa il suo padrone, che in realtà non ha né mai avrà, perché i gatti non hanno padroni, non più di aver dei baffi.
Con la cremazione, sarò più disperso, ma se sarò per aria, potrò sempre essere inspirato da qualche naso assieme a qualche virus, magari, che mi condurrà subito in giro di nuovo con la morte dell’ospite. Sempre in movimento. Divenire.
E l’anima? E qui mi verrebbe da esclamare qualcosa in un dialetto sudeto ovvero del sudest italico e finire in gloria la cosa. L’anima? e che sarebbe? c’è o non c’è? Se c’è, me ne vado a fare lo spettro in un castello, cosa che non mi spiace per niente; se non c’è, chi se ne frega: non ci sono nemmeno io.
