Sulla violenza contro le donne

Noi dobbiamo giustificare sempre, almeno a noi stessi, i nostri atti, comportamenti, esternazioni verbali. In assenza di motivazioni che poggino su un terreno normativo, che siano dettate da usi e costumi o pregiudizi ampiamente condivisi o emanino da autorità riconosciute, avremmo difficoltà a compierli. La ragione non basta a trattenerci, perché l’interesse personale è superiore, provenendo da una sfera esistenziale prossima a quella emotiva o sentimentale, la quale sempre è motore primo umano. Così è che il conformismo, cioè il timore della disapprovazione altrui, riesce meglio della razionalità pura; la paura di un danno personale o economico a seguito di atti sanzionatili ha anch’essa un certo potere; ma il ricorso a rinforzi positivi, riconoscimento, onori, gloria o semplicemente complimenti sinceri manca spesso. Staccarsi da dipendenze unite a motivazioni o ragioni infondate, come, per esempio, avviene coi femminicidi, riesce non facile ad alcuni. Andrebbe cambiata la forma dei rapporti che si stabiliscono a seguito di patti originati da contratti religiosi o civili, tanto per iniziare: <>, altrimenti si scioglie senza problemi, magari. Accanto a ciò, educare ad una riserva di distacco saggio che non prenda troppo sul serio promesse d’amore sempiterne, cioè lavorare alla costituzione psicologica di aree indipendenti e autonome, che siano in grado di accogliere se stessi senza tragedie. Forse ciò potrebbe aiutare ad essere più responsabili verso se stessi e gli altri e a nutrire maggior rispetto per tutti, non offrendo nessuna giustificazione ad atti violenti.

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