All’alba, dopo forse un’ora e mezza di sonno, sufficiente per non cadere a terra svenuto, quando l’ora è quel blu di pietra preziosa che ha appena lasciato le tenebre, le stelle sbiadiscono, gli uccelli sono svegli, l’aria è gelida e pochi umani si aggirano intorno alla terra addormentata, chi correndo impettito e chi in bicicletta barcollando e spaventando pennuti e altri bipedi, lento mi avvio a fare qualche passo.
Qualche rado essere anfibio e dotato di ali remiga per un nebbioso piccolo specchio d’acqua, chi pigolando, chi starnazzando, chi con voce roca e chi chioccia si spinge sopra le acque. Da esse salgono spire di nebbia densissime, che dilagano nei prati e boschetti che le circondano. Muto e mascherato osservo e cammino, ascolto e considero i versi e i loro suoni. Decido allora di ascoltare un po’ di musica, la mia, per studiare sia essa sia me stesso. Sento l’ultimo brano, che richiama poesie e prose sia mie che di altri: tutto è collegato. Poi decido di ascoltare un libro di uno yogi famoso : ne avevo letto il testo, una volta, un’autobiografia. Intanto incrocio cani stranamente tranquilli, forse assonnati, trascinati a passeggio da padroni solerti molto più del solito. Nessuno abbaia. Qualcuno corre dietro a chi corre ed entrambi corrono, saltellando su due o quattro zampe.
Il sole è risorto, ed io ritorno a casa, e farò il contrario della nostra stella, così si riequilibreranno le cose: ad ognuno il suo.
