Quella quieta disperazione che sa di domestico; la rassegnazione della cozza sul suo scoglio; i sogni veraci delle vongole; e quel medio livello rassicurante di sterco che nulla ricorda e si attende ma dimora, immoto, certo che quel presente fetente è la realtà, di certo non dura, ma non per questo più sopportabile. E si sta in questo inferno di merda, dantesco, in cui nulla accade, se non il giacervi immerdati, o come direbbe Heidegger, “immer da”, ‘sempre lì’, con lessico preciso e un po’ ossessivo-compulsivo, che fa pensare all’ostinata ricerca del perfetto architettonico de “La casa di Jack” di Lars von Trier, quel Jack che rievoca Jack the Ripper, e verrà condotto, vivo e in fuga dalla polizia, da un Virgilio saggio e comprensivo, all’Inferno, in cui un ronzio orribile che proviene dal profondo abisso è la somma di ogni urlo, grido, lamento. Linguaggio ostinato e mai contento di se stesso, fino alla follia. La ricerca dei molti sensi di ogni espressione, la polisemantica, l’ermeneutica, l’etimologia, i giochi di parole e gli indovinelli mentre popoli muoiono deportati e sterminati come insetti nocivi, richiamati da “La vita è bella”, col gerarca nazista ossessionato dagli indovinelli e totalmente fuori dalla realtà orrenda di cui è ingranaggio e coartefice.
Al di là della siepe naufragare è possibile, ma senza fantasia, perché si sa che la merda continuerà e allora vale giacere dove si è. Quanta povera gente visse così e vive questa realtà, l’unica che gli è data. Altri stanno su isolette con palmizi e fiori esotici dal profumo intenso e un’alta siepe nasconde loro l’oceano merdoso che li circonda. Ogni tanto, forse, un olezzo vago ferisce i loro nasi aristocratici… ma è magari un brutto sogno, niente più, e la vita è bella… “Taci! E le erbe aulenti odora, e d’altro non ti curare, se non di questo sogno, amore!”, potrebbe mormorar un vate decadente poeta ed esteta ivi dimorante. Ah! La poesia e nient’altro!
