Il mondo

“L’Uomo si abitua anche alla merda”, scriveva Camus.
Non mi ricordo dove, forse ne “Lo straniero” o ne “La peste”, lo annotasse: sono passati mille anni. E il mondo però sempre di merda è rimasto: ma luccica pero. Essa attrae, è come l’oro. La gente ne è attratta.
Camus guarda il brulicare di formiche dall’alto, spietatezza e distacco. Un alto di un luogo che segna una distanza incolmabile, una impossibilità di comunicare: come si parla con le formiche? e quando si è formica? Allora si finisce sotto la pianta di un piede, indifferente, riflette Leopardi nel suo “Zibaldone”.
Allegria! Che bello! Si gioisce di illusioni, di elementi di aggregati e istanti di personaggi che muoiono e vivono un istante: gli schiavi che girano la ruota di Samsara.
E torniamo qui, a chi andrà bene e a chi male, oppure finisce tutto nel nulla: tutta questa merda luccicante o meno, chiacchiere e cazzate atroci, bene e male, dolore e piacere, amore e odio, questo rio tempo felice a spruzzi di cacca momentanei.
Il silenzio della turca in Cappadocia, in un paesino sperduto: a tu per tu con se stesso. Sembrano fantasmi incappucciati, con orbite vuote. La notte è deserta. Qui camminavano santi e il Maestro. Qui sei da solo nella turca. Finisce l’arduo compito: si tira l’acqua; c’è una brocca per sciacquare le nobili parti del corpo appena coinvolte nella riflessione .

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