Nell’era della censura popolare la verità sparisce: conta ciò che piace e le cosette leggere e vane, il nulla e moltiplicato trionfa. Il presente giornalistico e politico è l’unico tempo ammesso nei discorsi. Fateci caso: parlano tutti di tutto al presente sempre o quasi. Cosa significa? Significa mancanza di impegno e di progetto: nessuno ti può dire niente se non ti assumi un impegno e non porti a termine un progetto. E allora brillano le cazzate di luce propria: i raccontìni di cronaca rosacea o nerastra pruriginosa e le amenità da blog spensierato e l’intrattenimento.
Intrattenere e divertire. Saltellare e applaudire. Danze e aperitutto. La vacuità spinta.
La verità fa male, invece. Osservare se stessi, risvegliare la coscienza mezza morta, pensare… oddio!
La lieta giovinezza quanta è, che fugge tuttavia? Essere lieti si sia, chi lo vuole, perché del domani non c’è certezza… Che bellezza!
Via ai consigli sugli acquisti: la religione del consumo, cioè una delle divinità: il libero mercato in salsa capital. Consumate e comprate, desiderate e ottenete… pagando. Anche il paradiso si paga. L’Infermo è gratis.
Dimenticavo: l’altra divinità è il governo, o meglio, la nazione.
