La questione della delega

C’è un problema grande tra gli uomini: la contesa. Se la politica è contesa, allora la politica è un problema. Polemos, la polemica, sovente si accende tra le parti in causa, e diventa diverbio, dissenso risentito, litigio. Occorre restare in ambito civile: questo il limite, che è spesso oltrepassato a partire dalle discussioni personali. Pretendere che la politica ne possa fare a meno sempre è un’illusione.
A nessuno piace aver torto, perché a nessuno piace perdere. Perdere fa sentire tristi, deboli, manchevoli, fuori dal gioco, ignoranti, stupidì, incapaci, minorati ecc. Ma è davvero cosi? Yudhisthira, re dei Pandava, saggio tra i saggi, nel “Mahabharata” risponde al lago incantato, forma di Siva, che gli domanda cosa siano vittoria e sconfitta: Yudhisthira risponde esattamente dicendo che sono la stessa cosa.
Occorre stabilire chi abbia le competenze, le abilità per fare le cose per bene: nessuno si sogna di dire ad un tecnico chiamato per un guasto di un qualsiasi apparato o congegno cosa fare, anche perché allora non sarebbe stato chiamato; invece quando si tratta di politica, che è la faccenda più complessa, ognuno sa cosa è appropriato, cosa occorre fare, qual è la soluzione. Perché avviene questo? Perché tutti credono di saper gestire i propri affari. Tutto credono che amministrare una collettività o comunità più o meno ampia sia la stessa cosa che fare i propri affari, quelli di casa propria. Non è possibile vederla in altro modo, se si è cittadini privati. E in effetti, la democrazia si basa sul consenso aggregato che derivano da tali opinioni. È così? Quando una persona diventa calva? Dopo un capello? due? tre…? Dopo quanti? E viceversa, dopo quanti capelli si diventa capelluti? Analogamente, quanti privati (del
potere pubblico), quale somma di essi produce la giusta misura del consenso che determina l’apparire delle condizioni atte a far nascere la democrazia? E ancora, quali tra le opinioni comuni a riguardo della gestione del pubblico fondata sui suoi principi sono giusti? Chi ne giudica dell’appropriatezza? Chi è, dunque, competente in tale ambito, cioè in quello politico? E come trovare un accordo su chi lo sia davvero, a prescindere dal meccanismo elettorale, che non lo palesa affatto? Chi votiamo? Cosa ne sappiamo se Tizio o Caio abbiano o meno tali competenze, a parte i loro conoscenti stretti che non sono un che di dirimente della questione?
La risposta è nella fiducia: noi ci fidiamo, crediamo che facendo certe cose andranno nella direzione voluta; pensiamo che le parole di taluni siamo fatti domani; pensiamo che chi deleghiamo manterranno le promesse fatte in campagna elettorale. Ma fidarsi non significa sapere, e lasciar gestore una cosa così complessa, che riguarda tutti, quando non andiamo d’accordo nemmeno coi famigliari, è intelligente? È saggio lasciar fare a chi non sappiamo se sia competente o no? Non confidiamo in chi non sappia fare un lavoro, per esempio, il muratore, se è un dentista. La risposta è che il delegato nominerà degli incaricati adibiti a certe funzioni; questi, a loro volta, altri, e via così sino ad a giungere a ciascuno di noi. Ma chi nomina altri è adeguato a sapere valutare chi abbia competenze? Se chi chiama altri non capisce niente di ciò a cui sono adibiti, cosa cambia? Su tale ignoranza totale si fonda la gestione della cosa pubblica. Se poi qualcosa non funziona, non possiamo aspettarci altro. Delegare è aleatorio; il governo è delegato; il governo è aleatorio.

3 pensieri riguardo “La questione della delega

  1. hai snocciolato in modo chiaro una locuzione estremamente importante. In molte circostanze deleghiamo qualcuno a fare qualcosa per noi, ma effettivamente non conosciamo il suo livello di preparazione in materia e soprattutto spesso non abbiamo i mezzi per controllarne l’operato se non a cose abbondantemente avvenute.Capita in ambito personale e più in ampia scala ad es. in qualità di elettori; così scegliamo con il 50 per cento ( o più) di cecità qualcuno che è determinante per la qualità della nostra vita. Tutto ciò è inquietante e non ci resta che piangere.

  2. Grazie Daniela! Ti sono grato per la tua attenzione e le tue riflessioni che mi aiutano a focalizzare ulteriormente certi argomenti, come questo, su tematiche ritenute distanti e superiori le nostre forze, in cui non dovremmo interferire per non distrarre il manovratore: ma se questi ci stesse conducendo fuori strada verso un precipizio? Se fosse ubriaco? Vediamo che in questi tempi recentissimi la politica è entrata nella nostra pelle, possiamo dire senza esagerare. Mai come adesso decidono di ogni nostra mossa, complice il virus. È una manna per la politica, l’occasione giusta per pensare a tutto e tutti, con la scusa della sicurezza e dell’ordine. Non ci voleva: eravamo già messi male. La libertà individuale sta evaporando più velocemente del previsto, ma eravamo già sulla strada cattiva.

  3. son d’accordo con te , ci hanno già condotto sull’orlo del precipizio, vediamo quanto resistiamo senza cadere giù

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