Maya, Veda e Prakrit e meccanica quantistica
Se facciamo passare un atomo (o fotone o molecola di carbonio, sia C60 o C70, della misura di un nm di mm) attraverso una pellicola con due fenditure si comporterà come un’onda, risentendo dell’effetto della diffrazione, e si disporrà sulla lastra rilevatrice secondo uno spettro a bande alterne chiaroscure. Ma essendo una particella singola, sparata una alla volta da un “cannone atomico”, non dovrebbe comportarsi così, bensì andare a colpire come proiettile un punto. È come se avendo a disposizione due alternative, le scegliesse entrambe, essendo cosciente della loro esistenza. Se poniamo un rilevatore, allora si disporrà a comportarsi innocentemente da particella, consapevole di essere osservata. È follia, questa, pura follia! Eppure è così.
“Maya” sappiamo tutti che significa ‘illusione’ in sanscrito. Termine usitatissimo in India e nel resto dell’Asia, sia di credo buddista e taoista che scintoista, oltre che nell’induismo, ovviamente. La materia ha un comportamento simile, secondo me, al principio dell’illusione, Maya. “Prakrit” è la danza della materia personificata per il Testimone, Purusa (coscienza, anima, macroantropos, il Signore) traducibile al meglio con il Sé o Atman. I Veda e le Upanishad affermano un grande segreto: qualsiasi cosa noi si pensi di essere, ciascuno di noi, lo diventa.
Ora, la mia tesi è che la materia indifferenziata, informe, è disponibile a rivestire qualsiasi forma, e per questo motivo è tutte le possibilità allo stesso tempo, quante sono possibili nel nostro mondo e universo. Quando diventa cosciente ne assume una. Noi stessi non siamo materia? e quindi non siamo composti di atomi? Siamo una forma cosciente assunta dagli atomi, non solo perché siamo coscienti (talvolta o quasi mai di noi stessi) ma soprattutto perché è la materia ad esserlo, per opera della transazione originaria derivante dall’interazione Prakrit-Purusa, e siccome Purusa è il Sé, tale interazione è inerente a ognuno di noi. Prendiamo forma, identificati con la danza di Prakrit, suggestionati dal suo dramma, e diventiamo quei personaggi o forme che essa assume. E tutto questo avviene su ogni scala possibile, da quella micro a quella macro, e per qualsiasi essere o sostanza. D’altro canto, lo stato davvero consapevole o divino lo raggiungiamo nel sonno più profondo, in Turiya, allorquando ci identifichiamo con Brahma, e diventiamo il Purusa stesso, e quindi il Tutto, come la nostra divina materia indifferenziata e il nostro bizzarro e magico amico atomo.
