Le opere di Aristotele che sono giunte sino a noi erano pressoché incomprensibili: non erano destinate per il pubblico; erano gli appunti del Filosofo, definiti scritti “esoterici”.
Scolarca del Peripato era Teofrasto, dopo lo Stagirita. Questi lasciò a Neleo la biblioteca. Neleo trasportò le opere dei maestri a Scepsi, in Asia Minore e trasmise gli scritti di Aristotele e Teofrasto ai suoi discendenti, che li sottrassero all’avidità dei re attalidi, i quali li volevano per la biblioteca di Pergamo, nascondendoli in cantina. Era il II secolo a.C.
Apellicone di Teo li acquistò a caro prezzo e li riportò ad Atene. Cercò di sistemare i guasti delle tarme e della muffa, con esiti maldestri e di elaborare il loro significato e pubblicarli, riempiendoli di errori e rendendoli incomprensibili.
Nell’86 a.C. Silla conquistò e saccheggio Atene, danneggiando la città, il Liceo e l’Accademia, e portò a Roma le opere dello Stagirita e Teofrasto. A Roma il grammatico Tirannione li studiò e trascrisse dopo aver ottenuto la fiducia del bibliotecario che li custodiva.
Andronico di Rodi ottenne da
Tirannione il materiale di cui si avvalse per la monumentale edizione delle opere di Aristotele. Le riorganizzò unendo tra loro opere secondo il loro contenuto, come per l’”Organon”; ne intitolò alcune, e grazie a lui, praticamente, abbiamo le edizioni moderne del “Corpus Aristotelicum” che sono arrivate sino a noi.
