Secondo me, prima viene la percezione sensoriale delle cose (“esse est percipi”), e nulla entra nella nostra mente che non sia prima stato percepito, come asserisce Aristotele, però è anche vero che la forma, ossia la definizione, sostanza o essenza della cosa percepita è compresa realmente quando è astratta dalla cosa percepita, come osserviamo nei bambini. Pensare è nominare, ci sono le cose e i loro nomi (Nama-rupa, [vedi Shankar]); e Adamo, allegoricamente, come un nenonato, viene invitato a nominare le cose che gli si presentano. Da cui poi proviene il processo di astrazione.
Occorre miscelare nominalismo e realismo. Se vedo due cose, prima vedo una cosa ed un’altra simile, poi imparo dalla cultura in cui sono immerso sin dall’infanzia che sono due; quindi definisco per astratto l’unità e la somma, ed il totale, il paio di cose.
Ciò che viene dopo la percezione è la realtà sostanziale, alquanto stranamente dice Aristotele, dopo che aveva affermato che il dato primario è quello sensoriale, ma in ogni caso senza concreto ed empirico incontro con il mondo che astrazione si può fare? Come formare un concetto? Eppure, la realtà prima, la sostanza prima, riflette lo Stagirita, è il singolo individuo che sono e sei. Poi vengono le sostanze dette “seconde”, con le categorie (dieci) che inseriscono l’essere in generale. Così lo si cala nella realtà e definisce: l’essenza è definizione, ed è ciò che è, ontologicamente e metafisicamente.
Insomma, c’è un mondo, ma c’è anche un logica, una mente senza cui quale realtà dare ad esso? Qui ci penserà Kant a chiarire alcune cose, fino alla contemporaneità e le neuroscienze.
05:47 AM
Anselmo d’Aosta e la “prova ontologica dell’esistenza di Dio”.
Dietro le preghiere insistenti di alcuni confratelli scrissi un opuscolo come esempio di meditazione sulle ragioni della fede, in veste di uno che, ragionando tacitamente fra sé, indaga ciò che ignora; ma poi, considerando che lo scritto era costituito dalla concatenazione di molti argomenti, incominciai a chiedermi se non si potesse trovare un unico argomento che dimostrasse da solo, senza bisogno di nessun altro, che Dio esiste veramente e che è il sommo bene, che non ha bisogno di nulla e di cui tutto il resto ha bisogno per essere e per aver valore, e bastasse pure a dimostrare le altre verità che crediamo della sostanza divina. Concedimi o Signore, tu che dai l’intelligenza alla fede, concedimi nei limiti del conveniente di intendere che tu sei come crediamo e ciò che crediamo. In verità, noi crediamo che tu sei qualcosa di cui niente di maggiore si potrebbe pensare. Ma forse non c’è una tal natura, dal momento che l’insipiente disse nel suo cuore: Dio non esiste. Senza dubbio però lo stesso insipiente, quando ascolta ciò che io dico (qualcosa di cui niente di maggiore si può pensare), intende quello che ascolta e lo recepisce nel suo intelletto, anche se non intende che quel qualcosa di cui ascolta esista. Altro infatti è che una cosa sia recepita nell’intelletto; altro è intendere che quella cosa esista. Quando un pittore pensa a ciò che sta per dipingere, lo ha nell’intelletto; ma non intende ancora che esista ciò che ancora non ha dipinto. Quando invece abbia già dipinto, ciò che ha dipinto lo ha nell’intelletto e intende che esista. Dunque, anche l’insipiente è convinto che c’è, almeno nell’intelletto, qualcosa di cui non si può pensare niente di maggiore. Quando ascolta ciò, infatti, lo intende, e se si intende qualcosa vuol dire che questo qualcosa è nell’intelletto. Ora, ciò di cui il maggiore non si può pensare, non può essere però soltanto nell’intelletto. Infatti, se fosse solo nell’intelletto, noi potremmo pensare che esista anche nella realtà, ed ecco che questo secondo sarebbe maggiore del primo. Conseguentemente, se ciò di cui nulla di maggiore si può pensare è solo nell’intelletto, ne deriverebbe che ciò di cui il maggiore non si può pensare e ciò di cui il maggiore si può pensare sono la stessa e identica cosa. Questo però non può certamente ammettersi. Dunque esiste senza alcun dubbio qualcosa di cui niente può pensarsi di maggiore, sia nell’intelletto sia nella realtà. Non si può pensare che Dio non esista. Ciò che si può pensare che non esista, non è Dio. Egli esiste in modo così verace che non si può neppure pensare che non esista. Infatti è possibile pensare che esista qualcosa che non si può pensare che non esista; questo qualcosa è appunto maggiore di ciò che si può pensare che non esista. Quindi, se ciò di cui niente può pensarsi di maggiore si può pensare che non esista, proprio ciò di cui non si può pensare il maggiore non è ciò di cui non si può pensare il maggiore: e questo è contraddittorio. Dunque c’è qualcosa di cui non si può pensare il maggiore, al punto che non si può neppure pensare che non esista; e questo sei tu, Signore Iddio nostro. Così dunque, tu sei, Signore e Dio mio: tale che non si può nemmeno pensare che tu non esista. Se infatti una mente potesse pensare qualcosa migliore di te, allora la creatura sarebbe superiore al Creatore e lo giudicherebbe, il che è assurdo. Infatti, di qualunque altra cosa, all’infuori di te, si può pensare che non esista. Tu solo fra tutti esisti dunque nel modo più verace e fra tutti possiedi l’essere in modo massimo, poiché qualsiasi altra cosa esistente non esiste in modo altrettanto verace, e cioè ha meno essere di te. Ma allora perché l’insipiente disse nel suo cuore: Dio non esiste, quando è così evidente per chiunque possegga una mente che ragiona che tu esisti più che tutte le altre cose? Ma appunto, perché è stolto e insipiente. Ma vediamo come l’insipiente abbia potuto dire in cuor suo ciò che non si può nemmeno pensare. Una cosa può essere pensata in due modi: o quando si pensa la parola che la significa, o quando si pensa la cosa stessa che è significata. Ora, stando alla parola si può pensare che Dio non esista, ma stando alla cosa ciò non è possibile… E tuttavia, come poté l’insipiente dire in cuor suo ciò che non si può nemmeno pensare, se dire nel cuore e pensare sono la stessa cosa? Se è vero che lo disse in cuore, infatti, è vero anche che lo pensò. Allora, poiché non poté pensarlo, non è vero che lo disse in cuor suo. Nondimeno, del pensare non vi è un modo soltanto. Un modo è quello di pensare una cosa pensando solo la parola che la indica; un altro è quello in cui si intende proprio ciò che la cosa è. Nel primo modo si può pensare che Dio non esista, nel secondo modo proprio no. Nessuno infatti che intenda che cosa sono il fuoco e l’acqua può realmente pensare che il fuoco sia l’acqua; in certo modo può pensarlo, ma solo secondo le parole. Parimenti, nessuno che intenda ciò che Dio è può pensare che Dio non esista, anche se pronuncia queste parole nel suo cuore, o come parole senza significato, o secondo un significato improprio. Infatti Dio è ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore. Chi intende ciò in modo corretto, intende anche che egli è tale da non potersi asserire che non esista neppure nel pensiero. Chi dunque intende come è Dio, non può pensare che non esista.
(Sant’Alselmo d’Aosta, e la prova ontologica dell’esistenza di Dio).
Non necessariamente qualcosa che è pensato deve per questo esistere nella realtà, però saranno contenti coloro che potranno bestemmiare qualcosa che esiste: darà maggior soddisfazione, parafrasando James Joyce… 😂🙏 Per bestemmiare realmente, sotto sotto, occorre credere, o pensare che Dio è qualcosa di cui il maggiore non si può bestemmiare…
Amen 🙏
