.V’era al tempo dei maggiori miei un tal Marsupio da Panigale, scapolo impenitente.. Pintore assai rinomato, soprattutto presso i locandieri e gli osti della sua contrada, perché bravissimo nel dipignere pollastri, pernici, fagiani, tordi, cinghiali, caciotte che imbandivan tavole e rallegravano le hostarie di lor soverchia prelibatezza.
In quel tempo c’era una dama caduta in disgrazia, vedova, ormai non più giovane, che stentava a campare, e si doleva assai che da metter in bocca qualcosa mancasse sempre, e non solo nelle fauci, perocché ella non spartiva sue grazie da gran tempo con verun homo. E tanta era la fame che quasi non ci vedeva più.
Un giorno, poi ch’ebbe notato un dipinto del Marsupio che vero pareva, e che un salame recava proprio in prima vista, scambiandolo per realtà concreta e cruda, le venne desiderio molto; della qual cosa se ne avvide il pintore e un po’ celiando e un po’ seriamente, tal si fece ardito che praticato un buco nel quadro vi ci mise il suo salame. La dama, essendo la stanza ove appeso era il gran quadro vuota, penso bene che si potesse metterlo in bocca e disfamar sua voglia. Al che vi si apprestò e appena vi pose le labbia capì cosa fosse, e maliziosamente ci lavorò quel tanto che Marsupio gemette, e uscendo da retro il dipinto collocò l’affettato ovunque se ne richiedesse. Ciò piacque entrambi assai, e fu così che alla dama tanto satisfece e a se stesso che convolarono a nozze e procurarono al mondo e all’arte altri tre marsupi.
